Fuoriclasse orgoglioso di essere italiano

 

 

 

UN FUORICLASSE
ORGOGLIOSO DI ESSERE ITALIANO

C’è qualcosa di meravigliosamente obsoleto che accende la speranza di un futuro migliore, se un artista di fama mondiale, a settantasei anni, satollo di applausi e ricchezza, anziché dedicarsi a se stesso in una comoda e ben remunerata attività direttoriale da Chicago a Salisburgo a Parigi a Vienna, parla della necessità di coltivare e assolvere il dovere, l’obbligo etico e morale di difendere e valorizzare il patrimonio culturale del proprio paese. Orgoglioso d’essere italiano, Riccardo Muti ha intensificato l’impegno per rendere giustizia a uno dei più grandi italiani: Giuseppe Verdi. Una sfida non recente, quella lanciata da Muti già negli anni della direzione scaligera e ora rinnovata con una dedizione quasi maniacale con l’istituzione dell’Accademia dell’opera italiana (Italian opera Academy): un cantiere artistico nel quale riscoprire il gusto di studiare e poi di eseguire con assoluta fedeltà le opere verdiane. Dapprima «Falstaff», poi «Traviata» e ora «Aida». Ore e ore impiegate nello studio minuzioso delle partiture, obiettivo l’insegnamento fondamentale: la fedeltà al testo nel rispetto delle indicazioni del compositore, quel Giuseppe Verdi che Muti considera un gigante della cultura e dell’arte italiana al pari di Dante e Michelangelo.

Come non trovare ammirevole questa dedizione ai valori più alti del proprio paese, questo dichiarato orgoglio d’essere italiano, soprattutto in questi giorni di smarrimento? Come non provare riconoscenza per un magistero artistico e civile così alto?

Nel 2013 si parlò molto dell’ipotesi che Muti potesse essere nominato senatore a vita. Il presidente Napolitano scelse, per rispetto d’anzianità, si disse, l’altro grande direttore, Claudio Abbado, purtroppo scomparso l’anno dopo. Il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella non ha ancora nominato alcun senatore a vita. Il requisito è quello d’aver illustrato la Patria con la propria attività sociale, culturale, artistica. Ma non è forse l’identik di un certo Riccardo Muti

«Aida» riconsegnata intatta al pubblico e idealmente allo stesso Verdi, così come il sommo Peppino l’ha scritta. «Aida» sta rinascendo nel cantiere dell’Accademia dell’opera Italiana (Italian opera Academy, la dizione internazionale) che un Riccardo Muti, rientrato da Salisburgo carico di applausi, di fatica e di entusiasmo, governa con un rigore e una passione di intensità prodigiosa. Dieci giorni di lezioni e prove, cinquanta ore di quelle che il maestro napoletano burbero e sorridente chiama «torture a fin di bene» per gli allievi – i cinque giovani direttori e i quattro maestri accompagnatori (da Italia, Svizzera, Finlandia, Iran, Austria, Francia, Cina); per i cantanti prestatisi «a far da cavie per amore di Verdi»; per la sua orchestra giovanile «Cherubini». L’esito di questa immersione totale nell’Egitto reinventato dal grande Peppino e ripercorso con rispettosa devozione purificatrice da Muti sarà un’esecuzione in forma di concerto il 12 settembre; poi il 14 serata di Gala con il podio tutto per gli allievi. La prima lezione, Muti al pianoforte: ed è subito chiaro che sarà un percorso di puntiglioso scavo nelle meraviglie verdiane, a passo lento: i primi venticinque minuti (d’orologio) servono al direttore per spiegarne due di musica, accordo per accordo: «Sentite? Qui manca un semitono, è Verdi che vuole significare, sottolineare un sentimento, un’evocazione. Ogni nota di Verdi è di perfezione musicale e drammaturgica, racconta il carattere, l’anima dei personaggi, le atmosfere. E ’un compositore raffinato, ‘Aida’ è un immenso scrigno di preziosità. Purtroppo è l’opera più bistrattata, tradita, sconciata da esecuzioni sciatte e volgari». Il maestro napoletano si fa artigiano, un lavoro minuzioso, maniacale: l’opera «egizia» del grande bussetano viene come sezionata, smontata pezzo per pezzo, ripulita di tutte le scorie accumulate dalla routine. Muti si ferma e riferma su dettagli, accenti, sul rapporto tra parola e musica. Il teatro Alighieri è colmo di giovani, il maestro si rivolge loro supplice per arruolarli nella battaglia culturale in difesa dell’italianità: «Aiutatemi, salviamo la nostra meravigliosa lingua e la nostra sublime musica. E’ un dovere etico e morale nei confronti di Verdi, un gigante al pari di Michelangelo, di Dante». «Aida», popolarissima ma troppo spesso tradita: «Fraintesa da rappresentazioni malate di gigantismo, di faraonismo, piramidi, sfingi, guerrieri e serpenti, cavalli, persino elefanti in scena. Il trionfo, i balli, i cori. Direttori che accettano una comoda routine, che lasciano fare ai cantanti, il pubblico che aspetta l’acuto come i gol allo stadio”, si infervora Riccardo Muti. «E’ inaccettabile, la vera essenza di  Aida è intimista, percorsa da sottigliezze raffinate musicali, Verdi ha inciso l’anima dei personaggi in maniera stupefacente. Tranne il trionfo e poc’altro, quest’opera è da eseguire come musica da camera». Muti ripercorre i motivi caratterizzanti i personaggi, il motivo d’amore di Aida, il motivo della gelosia di Amneris: si sofferma, sottolinea il rapporto tra gli aggettivi del testo e l’accento musicale: «Ad Amneris qui manca un semitono, è un vuoto che crea la sensazione di ansia, preoccupazione. Con una nota Verdi crea un mondo». La perfezione di Verdi, le esecuzioni troppo spesso grossolane: «Eppure è tutto scritto» esclama beffardo il maestro: «Basta leggere, Verdi indica come, la partitura di “Aida”è disseminata di ‘pianissimo’, il libretto colmo di indicazioni di scena. Invece l’opera ha avuto una sorte paradossale: viene ritenuta un capolavoro per gli aspetti esecutivi che Verdi non voleva, che non ha scritto. Questo è mancanza di rispetto, un’offesa». E Muti asseconda la propria inclinazione napoletana alla parodia teatrale leggera ed esilarante. Mima l’ingresso del Messaggero («in genere uno sfessato, come si dice a Napoli»); imita «il mezzo soprano che allarga le vocali e diventa un’Amneris volgarissima»; il tenore tronfio che «capisci che canta aspettando di sparare l’acuto da tenere lungo in maniera da inguaiare l’orchestra»; Amonasro «in genere fatto arrivare in scena torreggiante e minaccioso tra i suoi soldati sconfitti e genuflessi: tutto il contrario da come dev’essere un re che non vuol farsi riconoscere». E Aida che spesso grida come una forsennata: «Mio padre!!!», quando invece deve essere una sgomenta considerazione da tenere nascosta. Lezione verdiana, lezione di italianità, quella di Riccardo Muti che a settantasei anni ha deciso di lanciare l’ennesima sfida culturale: il rispetto, la valorizzazione di uno dei nostri più grandi italiani, artista di respiro europeo: «Figlio degli insegnamenti di Lavigna, seguace di Paisiello, quindi della scuola napoletana e dello studio sulle partiture di Mozart, Haydn, Schubert, Beethoven. Un artista immenso, un uomo dal ferreo senso del dovere etico e morale. Un grande italiano». Missione da lungo tempo intrapresa con «eroico» slancio e speranza: «Questa non manca mai», commenta il maestro: «Tuttavia ho la sensazione di essere considerato un seccatore, un vecchio arnese…». E Muti chiude con un’impennata d’orgoglio: «Ma sappiano che continuerò, da napoletano cocciuto e molesto, da verdiano assoluto per di più cittadino onorario di Busseto».

 

«Aida», tre curiosità parmigiane
Quando il Cigno rimborsò lo spettatore deluso

«Aida» e le tre curiosità parmigiane. Il genio di Verdi che trae da un grido «musicale» di strada il motivo cantato dai sacerdoti; lo spettatore reggiano deluso che ottiene il rimborso addirittura da Verdi stesso. Il famoso, famigerato rimprovero del loggione del Regio in disapprovazione di Carlo Bergonzi: «Grande tenore verdiano che miracolosamente riesce ad eseguire il sibemolle secondo l’indicazione di Verdi», racconta Riccardo Muti: «Cioè pianissimo e morendo. Una meraviglia. Risultato? Gelo, dissensi e uno che gli grida ‘Taioli!’, intendendo sbeffeggiarlo paragonandolo a un peraltro bravo cantante popolare. E quando Bergonzi gli mostra la parte scritta dal compositore, lo sciagurato risponde: ‘Allora s’è sbagliato pure Verdi!’. Questo perché parte del pubblico, diseducato da esecuzioni volgari, vuole l’acuto lungo e roboante».

Muti sarcastico commenta in camerino: «Bergonzi e Taioli avrebbero avuto tutte le ragioni per costituirsi parte lesa contro il loggionista screanzato».

Verdi, le magie di Verdi che come diceva Bruno Barilli è capace di trovare l’oriente anche in un cocomero nostrano. Anni prima di «Aida» a Parma (1872), Giuseppe Verdi è a passeggio in centro insieme a Giuseppina Strepponi quando sente il ripetuto richiamo di un merciaio, un rigattiere ambulante: si ferma, estrae un taccuino, traccia un rapido pentagramma e vi annota qualcosa. Secondo un’altra versione, risuona invece la insistita invocazione cantilenante di un certo Paita, venditore di pere cotte, ripetente fino allo sfinimento il supplice ritornello «Bojent i pér còtt, bojééént» .

Ed ecco che «Aida» arriva a Parma, la città è in fermento, l’opera scritta da Verdi per il Pascià del Cairo ha avuto un’eco mondiale. In platea siede il melofilo parmigiano che quel giorno aveva assistito all’interesse del compositore per la sinuosa perorazione peracottara del venditore.

E stupefatto ritrova l’ostinata nenia del Paita diventata nientemeno che il motivo delle sacerdotesse all’inizio del terzo atto, sulle parole «O tu che sei di Osiride…».

«Aida» ha un successo immenso: «Verdi viene chiamato al proscenio venti volte, la città gli fa dono di uno scettro d’oro, il Genio bussetano è idolatrato». Certo non da Prospero Bertani, abitante a Reggio in via San Domenico 5, le gesta del quale Riccardo Muti ripercorre in una meticolosa e divertente rilettura dell’episodio. Il Bertani parte da Reggio in treno per Parma, assiste alla prima, non gli piace per niente ma, ascoltati gli sperticati elogi dei compagni del notturno viaggio di ritorno, decide di riprovare: torna a una replica, ma non cambia parere. Sicché scrive direttamente a Verdi, lamenta d’aver speso 31,80 lire tra ferrovia, biglietti e cena (pessima! Alla stazione), d’esser turbato dagli spettri del pentimento di «figlio di famiglia» per aver dilapidato una bella cifretta: ed esige riparazione immediata.

«Vogliate rimettermi tale somma», scrive con tono intimatorio: «E dovete restituirmela tosto». La cosa tocca le corde umoristiche del Genio. Ed ecco che Verdi incarica l’editore Ricordi di provvedere al rimborso della spesa al deluso spettatore: tranne il costo del pasto, ché, ironizza Peppino al colmo della celia, «… poteva ben cenare a casa sua!»; e alla condizione che il Bertani firmi un’obbligazione scritta nella quale si impegni «a non andare più a sentire mie opere nuove». E in data 25 maggio 1872 l’ostinato reggiano rilascia ricevuta dell’incasso di lire 27,80 dichiarando in aggiunta e concambio: «Non mi recherò più a sentire opere nuove del Maestro Giuseppe Verdi, a meno che assuma a mio carico la spesa relativa, qualunque possa essere il mio giudizio. In fede Bertani Prospero».

VITTORIO TESTA