Le storie rimaste nel cassetto

 

 

 

Nelle sceneggiature originali dello scrittore della Bassa
si trova molto materiale escluso dalle pellicole

Don Camillo e le storie rimaste nel cassetto

Episodi e scene voluti da Guareschi ma tagliati dai registi della celebre serie di film. Chi aveva ragione?

 

«Don Camillo monsignore»

Questa locandina tedesca, poi non utilizzata,
mostra una delle scene tagliate, quella della «bomba pasquale».

Al caro amico Guareschi sperando che un eventuale quarto Don Camillo lo possa compensare delle delusioni dei primi tre.
Angelo Rizzoli, 28/10/55

Questa dedica, che il commendator Rizzoli scrisse di suo pugno sulla copertina dell’opuscolo fotografico dedicato al film «Don Camillo e l’onorevole Peppone», pubblicato dall’ufficio stampa della D.E.A.R. Film, basterebbe da sola a far capire, pure al più sprovveduto dei lettori, quali fossero i rapporti fra Giovannino Guareschi e il cinema. La dedica, tra l’altro, suona quanto mai inadeguata perché fu proprio l’eventuale quarto Don Camillo a far andare Giovannino su tutte le furie, sino a dare le dimissioni dal «Candido» e provocare, indirettamente, la chiusura del settimanale satirico più famoso d’Italia. Ma perché Guareschi cercò, sempre senza successo, di ribellarsi a produttori, sceneggiatori e registi per come venivano tradotti in immagini i suoi racconti di «Mondo piccolo»? E, soprattutto, perché Giovannino se la prese tanto con quelli che chiamava, poco amichevolmente, i «cinematografari», visto che i film ebbero un successo straordinario, capace di far ricredere chiunque sulla loro validità, al punto che, ancor oggi, a 60 e rotti anni di distanza, fanno ascolti da record ogni anno sulle reti televisive nazionali?

Occorre procedere con ordine: sin dal 1951 Guareschi scrisse di proprio pugno – meglio, di proprie dita, visto che usava la macchina per scrivere – le sceneggiature originali dei film, su richiesta dello stesso «Commenda» e le scrisse, non solo scegliendo fra i racconti pubblicati sul «Candido» o nei volumi della serie «Mondo piccolo», ma addirittura inventando nuove storie, nuove situazioni, in grado di reggere la trama di un lungometraggio, dove i protagonisti dovevano essere, sempre e comunque, il pretone e il grosso sindaco della Bassa. L’intento di Guareschi era quello di far giungere agli spettatori lo stesso, identico messaggio che era giunto a milioni di lettori con i racconti della saga di Peppone e don Camillo, come egli stesso scriveva, spiegandone le motivazioni: «…in un mondo carico d’odio, la gente sogna di poter vivere lottando, sì, ma in modo che gli uomini, pur rimanendo avversari fierissimi, non diventino nemici. E, all’ultimo momento, la passione politica sia vinta dal buon senso. E l’ultima parola, in ogni conflitto, sia quella della coscienza».

Per coscienza, Giovannino intendeva, naturalmente, la voce del Cristo dell’altar maggiore, quella che egli stesso definiva «… la voce della mia coscienza». Tutto ciò, evidentemente, urtava con gli intendimenti di Angelo Rizzoli e dei vari registi che si succedettero alla guida dei film: Julien Duvivier per i primi due, Carmine Gallone per il terzo e il quarto, Luigi Comencini per il quinto, l’ultimo girato Guareschi vivente. Sta di fatto che leggendo, come ha fatto il sottoscritto, le sceneggiature originali, scritte da Giovannino per ognuno dei film di don Camillo, si scopre qualcosa di assolutamente nuovo, cinque film mai visti, da immaginare con gli immancabili Fernandel e Gino Cervi nei panni di don Camillo e di Peppone: cinque storie per la maggior parte del tutto inedite, insomma, un «Don Camillo» scritto da Giovannino Guareschi e che nessuno ha mai letto. Poi gli episodi stessi, le scene, alcune escluse da registi e sceneggiatori, alcune addirittura girate e non montate all’interno del film, della «bomba pasquale», realizzata per il film «Don Camillo e l’onorevole Peppone» e non inserita da Gallone. A provare il fatto la prima locandina del film (non utilizzata) e la foto di scena di don Camillo che solleva la bomba per lanciarla ai piedi di Peppone & Co. Stessa sorte nel quarto film, «Don Camillo monsignore, ma non troppo» toccherà alla scena del trattore sovietico, inserita a viva forza da Guareschi ne «Il compagno don Camillo» dal quale, però, Comencini epurò la vicenda del «compagno padre», cui Giovannino teneva moltissimo. Rimane un dubbio, specie dopo aver rivisto tutta la serie dei lungometraggi in tv: aveva ragione Guareschi, o era nel giusto la Cineriz del commendator Rizzoli? Stando al successo dei film, si dovrebbe propendere per la seconda ipotesi. Ma, come dice il Cristo a don Camillo in partenza per l’America con Peppone travestito da prete: «E chi lo sa, don Camillo?» E, purtroppo, non lo sapremo mai

E. B.