Il tour della carità

 

 

 

Conosciuti da tutti, non erano sacerdoti ma portavano il saio ed erano preziosissimi per le piccole comunità di religiosi cui facevano capo

IL TOUR DELLA CARITÀ
DEI FRATI CERCONI

Le indimenticabili figure dei «questuanti» che trovavano il modo
di rifornire le dispense dei conventi parmigiani

Sono cambiati i tempi anche per i frati che andavano alla questua come il manzoniano Frà Galdino. I conventi sono semideserti e la carità di oggi la si chiede e la si fa in ben altro modo. Ma una volta gli affollati conventi erano mantenuti proprio dai frati questuanti che provvedevano a raccogliere cibo per i loro confratelli. Non dicevano messa, la loro «messa» la celebravano andando alla «serca». Erano i cosiddetti «frè sarcón» che un tempo si incontravano nei borghi cittadini o nelle impolverate strade di campagna a bordo del loro calesse. Erano personaggi animati da grande semplicità e da quell’ umiltà francescana che è sempre stata la carta vincente degli uomini col saio.

Una volta, quando i conventi ospitavano molti religiosi, il problema di mettere a tavola tutte quelle anime due volte al giorno era ben presente nel frate cuoco che doveva giornalmente arrabattarsi con una dispensa quasi sempre vuota. Ed allora entrava in gioco lui, al «frè sarcón» , il quale, con il sorriso sulle labbra, una buona parola e l’immancabile santino che consegnava ai benefattori, caricava quel ben di Dio sul suo carretto. In gergo forbito li chiamavano «questuanti». In padania erano i «quistoni» . Mentre dalle nostre parti erano noti come «frè sarcón». Non erano sacerdoti, ma portavano il saio, non celebravano messa però, quando la «servivano», rispondevano in latino, non avevano diritto al titolo di «Padre», vivevano in convento e, davanti al loro nome di battesimo, solo una semplice- grande parola: «frà». Solitamente provenienti da famiglie povere e numerose del contado, della collina o della montagna, i «frè sarcón», entravano in convento in giovane età e, data la loro manualità di gente dei campi, svolgevano i lavori più umili, ma non meno importanti per la comunità come ad esempio: la cura dell’orto, della cantina, della stalla, della porcilaia e dell’apiario. Comunque, fra le tante incombenze che avevano, la principale, era la questua. Figure simpatiche, di buon comando, di grande presa con la gente (in quanto il loro compito era proprio quello di girare per case, casolari e corti), i questuanti, alla mattina ad orari antelucani, attaccavano il cavallo al calesse e, dopo avere consumato una frugale colazione, riempivano la bisaccia con un pane ed una fiaschetta di vino e, prima ancora che il sole fosse spuntato, erano già nel posto per la «serca» (questua). Nella nostra città il questuante dei cappuccini era il popolare Frà Ginepro che faceva la spola dal convento di Santa Maria degli Angeli a tutto il circondaio Un’altra amabile figura di «frè sarcón» compariva in città nel periodo dell’Avvento. Fisico esile, saio sdrucito, espressione ascetica, una lunga barba bianca ed un sorriso angelico, viso ossuto, occhi celesti, capelli lunghi e bianchi (un pò da profeta ed un pò da mago Merlino) il «sarcòn» doveva essere originario delle nostre montagne. Ma quello che colpiva di più del fraticello, che chiamavano Frà Rocco, era quel sorriso che sfoderava in qualsiasi occasione sia che la questua avesse fruttato che, al contrario, fosse risultata magra.

Erano tempi in cui la fame non faceva tante distinzioni e, come si aggrappava nelle case della gente, molto spesso entrava anche nei monasteri e nei conventi dove non c’era certamente una gran abbondanza anche se i monaci ed i frati si arrangiavano con i loro orti e i loro pollai.

Inoltre, le comunità, non erano scarne come ora. Certi conventi, potevano ospitare oltre una ventina di religiosi ciascuno ed allora era veramente un problema mettere a tavola tutti i giorni non solo le anime, ma anche i corpi di tanti frati i quali, oltre saziarsi di litanie e di vespri, dovevano, per stare in piedi, cibarsi anche di altre cose meno spirituali. Il frate che andava alla «serca» giungeva nell’aia, a bordo del suo barroccio oppure a piedi, solitamente verso mezzogiorno. Un orario non scelto a caso per il fatto che veniva invitato a pranzare. Al levar della mensa, dopo avere distribuito a tutta la famiglia immaginette sacre : alle donne Santa Rita e S. Antonio da Padova, ai bambini il Bambin Gesù e, al «rezdor», Sant’Antonio Abate ( «Sant’ Antónni dal gozèn»), caricava quello che la generosità della gente gli concedeva. Certamente la questua era più abbondante in estate che in inverno, in tutti i modi al «sarcón» si allontanava sempre con un sorriso ed una benedizione.

Ci sono alcuni aneddoti popolari sui «frè sarcón». Si dice che una volta un questuante con il saio, a bordo del suo calesse, fu fermato da una pattuglia di guardie daziarie. Le due guardie rivolgendosi al frate gli dissero in modo ironico: «a pjär d’il candéli an’s piga briza la schèn’na». Risposta secca del frate «i cojón j én fiss cme i sambót, in tutt’ il ca agh’ n’ è vón». Un altro episodio vide protagonista Frà Giuseppe che entrò nella vigna di un contadino non certo di chiesa il quale, quando scorse il frate con il cestino colmo d’uva, gli corse dietro con un bastone nodoso. Il rientro in convento del «sarcón dla Nonsiäda» è presumibile sia stato un po’ burrascoso. Un altro questante era Frà Pellegrino Tagliavini. Bolognese dalle spalle larghe e dal cuore grande, Pellegrino, oltre raccogliere la questua in chiesa durante le funzioni, suonare le campane dell’Ave Maria e del Vespro in quella cella campanaria dentro la quale aveva creato una sorta di magazzino personale fatto di cianfrusaglie ed il cui accesso era riservato solo ai piccioni, tre volte alla settimana, con la sua borsona di pezza a tracolla, andava «alla serca» nelle strade. Oltre essere una persona deliziosa, il frate, da buon bolognese, era pure un buongustaio e non lesinava certo un bicchiere di quello buono o un «marsalino» che gli serviva da ottimo carburante per proseguire il suo tour di carità. Non si poteva certamente negare un’offerta poiché a ringraziare, prima ancora della bocca, erano quei due occhi imbevuti di padanissima bontà. Un altro frate che, proprio questuante non era, ma lo divenne per aiutare i suoi poveri: padre Silvestro Moterastelli il quale, al mattino di buon’ora, con una cassetta di verdura che caricava sulla sua bici tenuta insieme dalla ruggine e dal fil di ferro, percorrendo lo Stradone, andava a portare l’insalata del suo orto alle suore carmelitane del convento del «Bambèn».

Padre Silvestro, che indossava un impermeabile dal colore indefinito tanto era logoro e consunto, proseguiva la sua giornata a raccattare carta di tutti i tipi che vendeva per poter mantenere la mensa del povero alla quale ricorrevano numerosi medicanti per un piatto di minestra preceduto da un segno di croce. Era il «prezzo» per il pranzo che il frate pretendeva dai suoi ospiti.