Disavventure cinematografiche

 

 

 

Dalle battaglie di Giovannino per «difendere» le proprie sceneggiature alla richiesta di risarcimento alla Rizzoli

DISAVVENTURE CINEMATOGRAFICHE

Il flop del film scritto con Manzoni
e l’insuccesso de «La rabbia»

Adesso vi racconto tutto, ma proprio tutto sulle «disavventure» cinematografiche di Giovannino Guareschi: da «Imputato alzatevi» del 1939, con l’allora già mitico Erminio Macario e la sceneggiatura praticamente scritta da tutta la redazione del Bertoldo,

a «Gente così», la storia del paesino di Trepalle, dove tutta la gente, o quasi, vive di contrabbando, il parroco don Candido lotta con il sindaco-barbiere comunista, tracciando lo schizzo di Peppone e don Camillo e a sconvolgere la quieta, anche se leggermente atipica vita del borgo montano, arriva in motocicletta la giovane maestrina che finirà per innamorarsi del bel contrabbandiere dallo sguardo tenebroso e ingenuo, con l’immancabile finale strappalacrime dei film neorealisti del tramonto degli anni ’40,

per passare attraverso l’infinita saga del pretone e del grosso sindaco della Bassa che hanno portato il nome di Guareschi in tutto il  Mondo e spinto la bile del medesimo a travasi da sfidare i principi della fisica. Apprendiamo, così, che il cinema guareschiano va ben al di là delle favole di Mondo piccolo: inizia con il buffo ghigno di Macario, passa attraverso la stagione dei lungometraggi di strada del dopoguerra, arriva al successo miliardario dei film con Fernandel e Gino Cervi, si snoda in una serie infinita di battaglie con i «cinematografari» che stravolgevano con una costanza da Stakanov le sceneggiature costruite da Giovannino. Fino agli anni ’60: alla cocente delusione per il «Don Camillo Monsignore ma non troppo» che provocherà addirittura una richiesta di risarcimento danni di Guareschi nei confronti della Rizzoli.

Sembra il tramonto della stagione cinematografica guareschiana, ma le cose, che parevano precipitare, cambiano decisamente rotta: arrivano proposte per un film-documentario: «Gli italiani si divertono così» che Giovannino scriverà a quattro mani con  l’amico Carletto Manzoni (compagno di ventura anche nella condanna ad otto mesi di galera per la vignetta sul Nebiolo del Presidente Einaudi).Un lungometraggio passato, però, praticamente inosservato, poco reclamizzato, dalla regia fiacca, nonostante i contenuti fossero tutt’altro che banali. Insomma: un insuccesso. Ma arrivano altre idee, altre richieste. Addirittura di un film sull’Alto Adige, che metta in risalto, grazie alla maestria di Guareschi, l’italianità, il senso di appartenenza alla patria della regione, nonché l’assurdità delle pretese austriache. Non se ne farà nulla. Non diverso il destino di quella che si può considerare la più grande sfida cinematografica guareschiana: «La rabbia» il film del secolo, secondo il produttore Gastone Ferranti, realizzato montando spezzoni di cinegiornali e fotografie di cronaca, il primo tempo da Pierpaolo Pasolini, il secondo da Giovannino Guareschi: due giorni o poco più di programmazione, poi il ritiro e l’oblio, senza neppure il compenso economico pattuito.

Una disfatta. Anzi, no. Meno di due anni e arriva l’ultimo capitolo della saga di Mondo piccolo: «Il compagno don Camillo»: un successo, di quelli veri, come il pubblico aveva tributato ai precedenti film. Una storia comparsa a puntate sugli ultimi numeri di «Candido», cui Guareschi accetta, seppure obtorto collo di modificare il finale, perché l’idea è quella di realizzare, con un soggetto originale, non strettamente ricavato dai racconti, come già per «Don Camillo Monsignore», l’avventura americana dei suoi personaggi, avventura che, purtroppo, non vedrà mai la luce. È il 1968 e il cuore di Giovannino Guareschi smette di battere. Sembra paradossale, ma nella filmografia guareschiana, il grande successo è appannaggio dei film che videro Giovannino opporsi fieramente alla loro realizzazione, mentre quelli che hanno rispettato di più i desideri dello scrittore, hanno avuto vita breve, o assai scarso successo. Insomma, forse aveva ragione Michele Serra, direttore del Radiocorriere TV quando scriveva, nel 1961, ad Alessandro Minardi: «Ho visto iersera il Don Camillo Monsignore. Effettivamente il film è mediocre e credo che il successo di pubblico si debba prevalentemente alla notorietà dei personaggi (…) mi sembra però che Guareschi si inganni nel ritenere che il pubblico confonda tra film e soggetto. Il pubblico sa benissimo che sceneggiatori e registi rielaborano sempre con estrema libertà gli spunti dei film. Si tratti di Tolstoj o di Hemingway, una cosa è il romanzo e una cosa è il film. Di solito, nei film rimangono solo il titolo e una traccia della vicenda. Guareschi deve inoltre rendersi conto che Peppone e Don Camillo sono diventati due personaggi, e vivono ormai di vita propria: sono due figli diventati maggiorenni e che hanno lasciato la casa paterna. Guareschi può essere orgoglioso e soddisfatto di questo risultato, ma non riuscirà più a imporre le proprie idee né a Peppone né a Don Camillo.»

Evidentemente, non solo Serra aveva pienamente ragione, ma, visto il successo che ogni anno continuano a riscuotere i film con Fernandel e Gino Cervi, l’equivoco continua, come direbbe Giovannino. Il che è bello e istruttivo.

E. B.