Dormiveglia

 

 

 

GUARESCHI IN DORMIVEGLIA
Un sonno agitato, il respiro del fiume e un incontro da favola

 La calura di fine luglio è stata insopportabile come le zanzare che giorno e notte non ti lasciano in pace, ronzando e pungendoti a più non posso.
Per fortuna, però, nell’afosa Milano, di sera, un leggero venticello soffia lieto e permette quantomeno di non boccheggiare. Tuttavia, il solito dilemma fa capolino con l’imbrunire, domandando una risoluta decisione: o le tapparelle alzate quel tanto da respirare con il rischio, molto probabile, di essere cibo per gli insetti oppure tenere tutto chiuso e soffocare in solitudine. In quella serata estiva mi decisi, come tutte le sere, per la prima opzione con i soliti inconvenienti che portavano a una notte agitata. Dopo il fastidioso caldo che rallentava le manovre di addormentamento, i vari risvegli erano dovuti ai diversi pizzichi e ronzii uniti ai rumori provenienti dalla strada. L’assenza di sonno era, inoltre, motivata non tanto dalla poca stanchezza, ma dalla luce che filtrava dalle imposte della camera già dalle prime ore mattutine.

Dura la vita del cittadino”, avrebbe detto Giovannino Guareschi così solidamente e saggiamente radicato sulle sue (spesse) radici di paese.
E non un paese a caso, ma quello lì: il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord: là, in quella fetta di terra grassa e piatta, che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata la opprime d’inverno; d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente. E qui tutto si esaspera. Rammento bene della mia “esasperazione” in quella nottataccia, dove mi giravo e rigiravo nel letto come fossi alla ricerca di qualcosa, senza ovviamente trovare un bel niente. I pensieri si rincorrevano veloci e confusi in un dormiveglia agitato e accaldato, fin quando piombai in un sonno pesante e ristoratore. Non fui svegliato né dal ronzio delle avide zanzare che avevano lautamente banchettato col mio sangue né dalle prime luci del giorno che invadevano a poco a poco la mia piccola stanza. Anzi, quasi mi venne un colpo nel vedere quei due occhi grandi che mi fissavano ai piedi del letto. Uno sguardo profondo e puro, che lasciava spazio a una faccia gioviale in cui era appiccicato un nasone con sotto due prepotenti baffi scuri.

Mentre il battito accelerato del mio cuore ritornava normale, una voce calda e carezzevole mi rincuorò. «Non volevo spaventarti», mi disse a mo’ di scuse.
Sgranai gli occhi ancora insonnoliti e mi spostai per accendere la luce, ma un movimento del mio inatteso ospite mi fece desistere anche perché la penombra permetteva di riconoscerlo con facilità. Non solo, quel clima semioscuro rendeva, inoltre, il tutto drammaticamente più serio e solenne. «Giovannino Guareschi!», esclamai a un certo punto. E dopo un moto di profondo entusiasmo, mi afferrò un certo imbarazzo e chiesi: «Ma non siete morto?».
«Prima di tutto», replicò prontamente l’altro, «diamoci pure del “tu”: io posso permettermelo a causa dell’età più matura e tu per il tuo “lavoro” che merita ossequio. In secondo luogo, mi meraviglio di te che sei, appunto, un prete! Certo che sono morto, ma dovresti sapere che l’anima, creata da Dio, è immortale…».
Abbassai gli occhi, vergognandomi un poco per quella figuraccia, ma Giovannino mi confortò per la seconda volta. «Ma sì», mi disse, «è vero, anch’io mi sarei spaventato se un caro estinto avesse fatto capolino nella mia camera da letto a fissarmi in modo curioso. Quindi nessun problema, non c’è di che imbarazzarsi!».
Avrei voluto chiedere il motivo della sua visita e stavo per domandarlo, ma quel geniaccio da vivo lo era anche da morto e così mi precedette.

 

«Mi dicono che scrivi “novelle” ispirandoti a me, è vero?».
«Certo», gli risposi titubante, «Sono racconti, semplici storielle frutto di immaginazione e di qualche mezzora libera durante la settimana. Non c’è poi nulla di autobiografico, se non il mischiare più o meno consciamente la fantasia con la realtà. Queste storie si ispirano al tuo stile, che è impossibile da imitare perché tu sei un genio e non un tapino come me, e mi sono servite come a uno tocco un ciclo di sedute psichiatriche. Spero aiuti anche altri a conservare la propria cattolicità…». Lo sguardo indagatore del mio interlocutore, saldo nello scrutarmi, mi mise un po’ a disagio per cui continuai, senza pensarci troppo, a tirar fuori parole e a legarle insieme senza badare bene alla logica della sostanza. «Io parto da una problematica e i vari attori che si susseguono mi servono solo da cornice per esporre un tema e trattarlo come più mi aggrada.
Il protagonista, invece, è sempre lo stesso: si tratta di un sacerdote “coraggioso” dai modi spicci e dai ragionamenti “ad hoc” in ogni circostanza. Gli ho dato il nome di un prete a me caro, ma che ha poco a vedere con il temperamento del personaggio descritto nei vari episodi…».

«Sei sicuro di non avere in mente qualcosa di reale quando rappresenti situazioni e persone?»,
mi chiese Giovannino accarezzandosi i baffi e con un nonsoché di interrogativo non solo nella voce. «No, no, parto dal reale, come facevi tu», precisai immediatamente, «anche perché le situazioni che delineo sono sotto gli occhi di tutti. E pure i personaggi sono in qualche modo reali, sicuramente veri, ma non corrispondono a una persona, sono un “mix” di tipi incontrati in giro o visti da qualche parte».
Alla parola “mix” Giovannino era sobbalzato,
credo infatti non gradisse parole straniere nell’esposizione di un concetto italiano. Continuai, pertanto, nella mia spiegazione, «Come te rielaboro la realtà con fantasia, ma pensa che qualcuno giura di essersi riconosciuto…».
«Questo è molto buono», mi interruppe lo spirito del padre di don Camillo e Peppone, «vuol dire che hai dato un’anima ai tuoi personaggi, che hanno vitalità, che sono vivi… Però, leggendo le tue storie dai così pochi elementi che è difficile riconoscersi in qualcuno o qualcosa e ciò lungi dall’essere negativo, perché si comprende bene il tuo intento “pedagogico”… ce ne fossero, infatti, di sacerdoti come il tuo!».

«Eh già!», ripresi eccitato, «ma vallo a spiegare a chi legge!
Sai, per quelli che non sopporto non mi interessano tanto le reazioni, che ci leggano quello che vogliono leggerci! Ma per gli amici…».
«Se sono amici», riprese l’altro, «possono capire benissimo, altrimenti semplicemente non lo sono e non lo erano. Ispirarsi a qualcuno per qualche aspetto, non è raccontare la sua vita; unicamente un folle crederebbe il contrario! Non ti crucciare: soltanto uno sciocco può pensare che tu stia descrivendo qualcuno in tutti i suoi particolari. Per riuscire in tale opera si necessitano pagine e pagine di un libro e non poche righe di una storia “guareschiana” – permettimi – come la tua.

Io, invece, mi sono quasi sempre ispirato ai luoghi con una certa precisione, senza mai citarli e rendendoli così immortali e adatti per qualsiasi lettore.
Del resto, anche alcuni miei protagonisti prendono forma grazie a “persone” in carne e ossa, che l’aria del fiume della Bassa ha rimodellato. Da qui la ragione per cui i miei racconti sono tanto sentiti: li sentivo, infatti, prima di tutto miei! Non preoccuparti se attingi dalla realtà e non ti affliggere per chi non ti apprezza. Pensa a me, nessuno si è degnato di riconoscermi qualcosa dal punto di vista letterario, quand’ero in vita (terrena), se non i miei milioni di lettori, di ieri e di oggi, sparsi in tutto il mondo. Non ti angosciare: il tuo attingere dalle “cose concrete” le trame e i temi ti deve essere d’ausilio per liberare la fantasia e con quella riplasmare la realtà, rendendola più bella mediante una riflessione o una risata!».
«Potenza della letteratura!», esclamai estasiato, per poi chiedere sommessamente, «Ma, scusami Giovannino, almeno ti sono piaciute le mie storielle?».

«Non chiamarle “storielle”», mi riprese bonariamente, «perché sono delle vere “novelle”,
redatte con gusto e acribia, anzi, come ti ha detto qualcuno, i tuoi componimenti sono scritti “con profondità di pensiero e vivace talento”. Tu non devi scribacchiare per o contro qualcuno, ma sempre per qualcosa, devi avere ben fissato nella zucca un fine…».
«Grazie… è quello che tento di fare in ogni occasione…», risposi titubante, e iniziai a provare una sensazione strana: era forse il mio inconscio a parlare, soprattutto a riguardo degli encomi, o dinnanzi a me c’era davvero il grande Guareschi? Mi pizzicai sulla faccia per vedere se ero desto o addormentato e vidi, con la coda dell’occhio, Giovannino ridere sornione sotto quei suoi baffoni tanto caratteristici.
Poi, convincendomi di non essere in un sogno, tirai fuori una sua citazione bella pulita: «“La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi… Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’individuo, la coscienza personale. Impostare il problema morale…”, hai detto una volta».

«È vero: la verità non si possiede fintantoché non si è conquistata
(è, sì, dono, ma che pretende la nostra libertà!) e non si ottiene andando dietro come pecoroni a qualcuno, come si faceva ai miei tempi e, purtroppo constato, anche ai tuoi. È una questione di coscienza, di morale che è unita e non può essere disgiunta alla legge naturale iscritta in noi da Dio!». La luce stava sempre più facendo capolino nella stanza e mi resi conto che anche il nostro colloquio stava per terminare, scemando via come le tenebre sconfitte dalla luce. Avevo definitivamente intuito che la fine della chiacchierata era prossima quando mi svelò il suo segreto di scrittore.

«Vedi», mi disse in modo solenne, «bisogna saper guardare il fiume, stare lì ai suoi piedi, osservarlo mentre placido o agitato lambisce con tenerezza o forza le sponde.
Devi diventare fiume e assaporarne il profumo, assaggiarne il sapore, gustare il suo scorrere. E scoprirai, com’è capitato a me, che proprio in quella fettaccia di terra tra quel venerabile corso d’acqua e il monte antistante possono succedere cose che da altre parti non succedono. Cose che non stonano mai col paesaggio, perché là tira un’aria speciale che va bene per i vivi e per i morti, perché là hanno un’anima anche i cani. Allora si capisce meglio don Camillo, Peppone e tutta l’altra mercanzia. E non ci si stupisce che il Cristo parli e che uno possa spaccare la zucca a un altro, ma onestamente però: cioè senza odio. E che due nemici si trovino, alla fine, d’accordo nelle cose essenziali. Perché è l’ampio eterno respiro del fiume che pulisce l’aria…».
«Già», osai a intervenire quando con garbo aveva concluso il suo discorso, che lo aveva condotto a parlare delle sue di storie, «i tuoi meravigliosi personaggi! I principali dei tuoi racconti sono tre: il prete don Camillo, il comunista Peppone e il Cristo crocifisso».
«Esatto», osservò precisando, «ma quest’ultimo non è il Cristo ma il mio Cristo, la mia coscienza. Roba mia personale».
Capii in un attimo che si stava congedando con quelle parole e allora lo incalzai, domandagli “come” dovessi scrivere. «Io», mi rispose risoluto, «come tutti gli scrittori onesti, ho scritto libri onesti che possono essere letti anche dai miei bambini».

Mi parve un ottimo consiglio allora come oggi.
Prima, però, di poterlo ringraziare e salutare come si deve, crollai in un sonno profondo. Mi risvegliai al mattino madido di sudore, quando ormai la mia camera era rovente ed era impossibile rimanere ancora sdraiati a causa del sole che batteva come un maledetto sulle persiane esposte ai suoi torridi raggi. Mi sedetti per un attimo a riflettere e ripensai alla “visione” in chiaroscuro avuta in quella notte.

Poi cedetti alla logica e ripensai che il giorno precedente mi ero recato a trovare Alberto, il figlio di Giovannino, il quale mi aveva accolto con calore e amicizia.
Sì, “amicizia” è il termine giusto, perché ci univa il legame con la memoria di suo padre e i suoi racconti, entrambi tenuti in vita anche grazie al dolce sforzo di quel figlio tanto dedito e dall’aiuto fattivo del resto della famiglia. Accanto a un genio, infatti, ci deve essere sempre qualcuno a sostenerlo e nel suo caso c’era stata la moglie Margherita e i figli Carlotta, la Pasionaria, e il suo Albertino. Proprio lui raccontò che suo padre era come i suoi personaggi: semplice, spontaneo, arguto. Sapeva prendersi in giro, perché l’autoironia era la sua forza anche nella vita. Don Camillo e Peppone sono le due parti del suo cuore e se ha scritto: “chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto”, è perché la gente della Bassa è altrettanto schietta, sincera, ricca di umanità.
Rimeditando su quella giornata favolosa, forse l’incontro con Alberto Guareschi e i suoi apprezzamenti alle mie “novelle”, come le avrebbe chiamate con bontà e umorismo suo padre, avevano prodotto in me quelle sensazioni che mi avevano fatto “vedere” Giovannino.
Il lambrusco e il culatello ingurgitato in dosi abbondanti, sempre in quel giorno memorabile, avevano fatto il resto.
Non rimuginai più su quello che mi successe quella notte, ma, dopo averlo trascritto, in fondo al mio cuore compresi di aver incontrato, quantomeno in dormiveglia, sicuramente in penombra, l’anima di Giovannino Guareschi, lui che “non muore, neanche se lo ammazzano”.