Dov’è finito il baule?

 

 

 

contiene manoscritti, abbozzi musicali, copie di corrispondenza.
l’erede: «non sappiamo piu’ niente»

DOVE È FINITO IL BAULE SCOMPARSO?

Angiolo Carrara Verdi:
«La titolarità è nostra e l’autorizzazione a digitalizzarli va chiesta a noi»

 

«Io domando semplicemente di essere padrone della roba mia e di non rovinare nessuno. Ed aggiungo, se si potesse farmi il dilemma: o accettate queste condizioni od abbruciate lo spartito, io preparerei subito il fuoco e porrei io stesso sul rogo Falstaff e la sua pancia». Così scriveva Giuseppe Verdi, rispondendo all’editore Ricordi, riguardo la richiesta di considerare modifiche all’opera “Falstaff”. Proprio come scrisse “Abbruciate tutte queste carte!” sopra il baule di cui tanto si parla oggi e altrettanto si è parlato pochi mesi or sono, quasi fosse una sorta di tesoro verdiano inedito. Un baule da viaggio, di colore verde scuro, con borchie e lucchetti, rivestito internamente da una carta gialla ormai sbiadita, costruito a Chicago dalla Marshall Field & Co. Retail alla fine dell’Ottocento, contenente 17 cartelle: 16 intestate a opere del Maestro, più una carpetta bianca, per un totale di 2700 fogli di abbozzi musicali, appunti e copie di corrispondenza. Delle carte, dei documenti, in realtà già in parte conosciuti, si sono interessati giornali e riviste nazionali, quasi si trattasse di un nuovo capitolo della storia verdiana da scrivere e gli studiosi volevano ad ogni costo metterci sopra le mani.

«È dal 10 gennaio, che fatico moltissimo ad avere informazioni su quale sia il destino di quelle 2700 carte, consegnate alla Soprintendenza – dice piuttosto allarmato Angiolo Carrara Verdi, erede e custode di Villa Sant’Agata – il verbale che la polizia giudiziaria ha redatto nel prenderle in consegna parla chiaro: “i documenti vengono trasferiti all’Archivio di Stato di Parma per effettuarne un’accurata ed analitica descrizione e poter creare una base essenziale, in vista del progetto di digitalizzazione. Al termine, le carte saranno restituite secondo le modalità concordate con la proprietà”. Ad oggi, però, la dottoressa Elisabetta Arioti, direttrice della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Emilia Romagna, raggiunta più volte al telefono, mi rimanda al Ministero, senza dare certezze sul quando il baule rientrerà a Villa Verdi. Oltre a questo – rimarca Carrara Verdi – non sappiamo nemmeno esattamente se i documenti siano o meno ancora presso l’Archivio di Stato di Parma». Il dubbio è suffragato dal fatto che lo scorso aprile, a Roma, Gino Famiglietti, direttore generale per  gli archivi del Mibac, durante la conferenza stampa che si è tenuta nella sede dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, ha detto testualmente: «In sei mesi, grazie a fondi già disponibili, saranno completati la descrizione analitica e il restauro dei documenti che lo richiedono, per procedere subito dopo alla digitalizzazione e alla messa a disposizione online di un materiale che il mondo degli studiosi attendeva da troppo tempo. Non era fruibile, presto lo sarà».
Insomma, l’unica cosa certa è che i documenti verdiani non sono più a casa del Maestro e in disponibilità dei proprietari (oltre ad Angiolo Carrara Verdi, le sorelle, i parenti e la Casa di Riposo per Musicisti di Milano).

«Lo Stato – dice ancora Angiolo Carrara Verdi – non ha mai speso un centesimo per Giuseppe Verdi, la villa e ciò che contiene, benché avessero promesso 1 miliardo e 800 milioni di lire nel 2001 e 1 milione 60mila Euro nel 2013. E adesso vorrebbe arrogarsi il diritto di disporre come meglio crede di un grande numero di documenti che, pur essendo certamente un tesoro, trattandosi di manoscritti verdiani, per l’uomo della strada sono di ben poco interesse, dal momento che sono brutte di studi su determinate opere: roba da tecnici e studiosi. Resta il fatto che la titolarità dei documenti è assolutamente nostra – conclude Carrara Verdi – perciò, l’autorizzazione a digitalizzarli dobbiamo darla noi e nessuno, finora, ce l’ha chiesta. Sembra di ritornare a quando, proprio da quelle carte, mio nonno fece vedere al maestro Toscanini, per la grande stima che ne aveva, lo spartito della “sinfonia di Aida”, che Giuseppe Verdi non volle mai eseguire e, quindi, non inserì nell’opera. Toscanini la chiese in prestito per studiarla: scoppiò la guerra e, fuggito in America, lo stesso Toscanini la eseguì a New York, senza chiedere alcuna autorizzazione e, da allora la sinfonia, che per Verdi andava “abbruciata”, divenne pubblica. Per fortuna, però, Toscanini lo spartito almeno ce l’ha restituito…»

E. B.