La felicità era a portata di mano

 

 

 

Per i bambini di una volta i «negozi di giocattoli»
più economici erano i campi, i boschi e il greto dei torrenti

La felicità era a portata di mano

Si soffiava sull’infruttescenza del tarassaco per avere l’ora esatta.
Dagli steli d’erba si ottenevano strani suoni

Per i bambini d’una volta il giocare significava aguzzare la fantasia poiché tante famiglie non potevano permettersi il lusso di acquistare giochi in quanto i giocattoli erano assai costosi per le tasche dei genitori, inoltre erano scarsi e, quei pochi, erano prevalentemente di legno, di latta o di pezza se si pensa alle bambole. Quindi, per molti bambini, specie di campagna e di montagna , i «negozi di giocattoli» più economici erano i campi, i boschi e il greto dei torrenti. Ad esempio, soffiare sull’infruttescenza del «pitació» (tarassaco)forniva l’ora più o meno esatta. Ossia, il numero delle soffiate per eliminare tutti i fiocchetti di quell’eterea pallina, avrebbe dovuto corrispondere all’ora più o meno esatta. Tre soffiate erano le quindici, cinque le diciassette e così via. Un bello stelo d’erba posto fra i palmi delle mani, soffiandoci sopra, era in grado di emettere suoni strani, gli «sgagnaciufèn», (fiori della gaggia e del caprifoglio), morsicandoli nella parte terminale, regalavano un dolcissimo sapore. Le «petlènghe», ossia bacche della rosa canina ( «ròza salvàtga»), raccolte in autunno, erano utilizzate per fare gli occhi, la bocca, il naso ed i bottoni del pupazzo di neve. Con i rametti biforcuti delle siepi si costruivano le fionde («sfrómbli») mentre i sassi piatti rinvenuti nel greto dei torrenti venivano lanciati in acqua : chi faceva più cerchi, vinceva. Con le frasche dei fossi si costruivano capanne, con le zucche si creavano le mostruose facce da esporre, illuminate da un candela, nella notte dei Santi mentre le «spighe del diavolo», poste sul polso, bisognava farle salire fino a metà del braccio senza farle cadere. Anche gli insetti venivano presi di mira specie dai ragazzi. In parmigiano «l’andär par pampògni» è riferito ad una persona che ha perso il senso dell’orientamento. In gergo calcistico si diceva, invece, di un portiere che, a causa di un’uscita a vuoto, non aveva afferrato la palla. Le «pampogne» erano una sorta di maggiolini che, dopo una vita larvale e sotterranea, completando la loro metamorfosi, uscivano dalla tana per compiere il volo nuziale. Questi insetti erano soliti scavare tunnel in superficie lasciando un leggerissimo strato di terra ed un’apertura dalla quale uscivano di notte. I ragazzi, esperti cacciatori di «pampogne»,  ispezionando i campi, dopo aver scorto quella sottile linea di terra sollevata, allargando l’apertura, riuscivano a catturare l’insetto con un affilato bastoncino di legno che obbligava la «pampogna» ad uscire dal nido. Una volta catturato, l’insetto si arrampicava su un dito del suo torturatore e si lasciava accarezzare l’addome ricoperto di una vellutata peluria.

Quando l’insetto era stanco di stare in quella posizione spiccava il volo verso altri lidi. Un altro insetto che subiva le torture dei ragazzi era la cicala che, per la gente dei campi, era sinonimo di  scarsa voglia di lavorare. «Grata la pànsa a la sigàla» era infatti riferito a coloro che, seduti all’osteria tutto il giorno, vegetavano alla faccia di chi piegava la schiena. I ragazzini, coniugando un gioco davvero sadico nei confronti dell’importuna fannullona estiva, che fin dai banchi di scuola cominciavano a disistimare rispetto alla previdente formica, catturavano i sonori insetti alla mattina presto quando erano ancora intorpiditi dalla frescura e dalla guazza della notte infilando loro una pagliuzza nell’addome. Dopo questo servizio le cicale non  erano più in grado di cambiare volo ed erano costrette a volare in un’unica direzione. Da qui il detto «andare dritto come una cicala con una paglia nel sedere» riferito a chi, nonostante avesse subito un torto, camminava dritto senza voltarsi. La cicala, comunque, dal contadino era considerata un portafortuna, anzi era segnale di buon augurio se cantava a settembre.

Infatti la massima popolare così recitava: «se la cicala canta a settembre non comprare frumento da vendere» in quanto la buona stagione, conservandosi a lungo, avrebbe consentito alla gente dei campi di fare le opportune scorte per tutto l’inverno. Un’altra tradizione agricola legata alla cicala era il suo frinire quando la stagione stava cambiando. Se da lontano si intravedevano minacciosi nuvoloni neri che salivano dal «buz d’la Jacma» il cicalìo si faceva ancor più insistente accompagnato dal chicchirichì dei galli che «chiamavano l’acqua».
Da lì a poco si sarebbe abbattuto un temporale, ma il contadino lo sapeva e, prima ancora che Giove Pluvio si scatenasse, si riparava sotto il portico e mai sotto una pianta perché  avrebbe attirato i fulmini, le donne e le ragazze ritiravano frettolosamente i panni stesi mentre le vecchie facevano bruciare con la candela della «Seriola» («Candelora») l’ulivo benedetto nella Domenica delle Palme per scongiurare il pericolo «d’la timpésta». I grilli, invece, erano più romantici e, quando la cicala cessava al calar del sole il suo monotono canto, il cambio era dato dai grilli e dalle rane dei fossi che accompagnavano la leggiadra danza delle lucciole.

Sia i grilli che le rane venivano catturati dai  monelli. E sei i primi erano rinchiusi in mini gabbiette, le rane venivano fatte saltar nell’aia. Alla lucciola, invece, sono state dedicate leggende, filastrocche e nenie. Anche la lucciola non si sottraeva alla cattura dei ragazzi. A lei, che trapuntava le notti estive, i nostri nonni affidavano speranze e sogni. Il suo volo era interpretato dalla gente dei campi come presagio meteorologico: infatti se l’insetto luminoso, la notte di San Giovanni, volava radente i fossati, l’estate sarebbe stata torrida, siccitosa e afosa. Mentre invece se la lucciola volava alta tra i rami delle piante, l’estate, sarebbe risultata fresca e piovosa. In tutti modi questa deliziosa lanternina agreste ha ispirato poeti, menestrelli, cantastorie e «folai» i quali l’hanno celebrata in tutti i tempi con filastrocche e ninna nanne.

Chi non ricorda, ad esempio, le familiari e popolari tiritere che un tempo le nonne sussurravano ai nipotini per farli addormentare «lùssa lùssa vén da mi a’t darò un pan da tri a’t darò ‘ l pan d’la regèn’na lùssa lùs-sa venm’ avzèn’na», «lùssa lùssa vén da mi c’at darò un pan da tri a’t darò ‘na ricòta bon’na sira e bon’na nota».
E se i piccini si addormentavano, i più grandicelli catturavano quelle stelline terrestri depositandole sul grembiule delle mamme o delle nonne. I più ingegnosi scavavano i tappi realizzando delle gabbiette con sbarrette formate da stuzzicadenti all’interno delle quali imprigionavano lucciole e grilli. I tappi venivano poi appesi con uno spago ad un chiodo affisso nel muro e fatti dondolare al punto di assumere sembianze tra il magico o lo spettrale. Altro insetto preso di mira dai monelli era una farfallina nera chiamata «prete» («al prét») alla quale, dopo la cattura, veniva infilato un sottile stelo d’erba nell’addome in modo che l’insetto sbattesse le ali proprio come fa il prete con le braccia quando impartisce la benedizione.

L. S.