In morte dell’amico Renzo Pezzani

 

 

 

Sul Candido del luglio 1951
Guareschi raccontava la morte del poeta a Torino,
lontano dall’amata Parma

In morte dell’amico Renzo Pezzani

Diceva Giovannino:
«Il parmigiano è un dialetto aspro da cui Renzo
cava fuori musica dolce e sottile»

«E adesso dobbiamo dirvi che a Torino è morto Renzo Pezzani. Scrisse libri di lettura, poesie per ragazzi, racconti, favole, commedie. Ma come faccio aspiegarvi chi era Renzo Pezzani se le poesie che io amo di più sono quelle scritte in dialetto parmigiano?» Così, nella rubrica «Giro d’Italia» del n° 29 di Candido, il 22 luglio del 1951 Giovannino Guareschi raccontava la morte dell’amico e poeta parmigiano, che non riuscì mai a dimenticare la propria città: quella Parma che per Pezzani diventa nei suoi quartieri, soprattutto quelli «di là da l’acqua», ovvero nell’Oltretorrente, come il paese de «La luna e i falò» di Cesare Pavese, il paese che «ci vuole non fosse per il gusto di andarsene via». E Renzo Pezzani partì da Parma nel 1926, a 28 anni e se ne andò a Torino, dove divenne ricco e famoso come scrittore ed editore. La fama e i soldi, però, finirono e Pezzani non riuscì più a tornare a Parma; lo fece solo il 28 novembre del 1953, da morto.

Una delle sue poesie più suggestive è il commiato, alla fine dell’ultima raccolta «Ocluster»: «Questa povera morte deve aver ansimato/ per prendermi! Io sono uno che in vita mia ho sempre corso su una strada dritta,/ avanti, senza mai voltarmi indietro». Una bella poesia anche in italiano, ma in parmigiano, davvero, è tutta un’altra cosa. Perché, come scriveva Giovannino: «Il parmigiano è un dialetto aspro, contorto, che, ogni tanto, sa di bassi fondi parigini. Renzo Pezzani faceva della poesia con quella roba lì: come uno che trabaltando dei ferri vecchi, cava fuori della musica dolce e sottile». Musica come quella di Ildebrando Pizzetti, per una delle ultimissime opere di Pezzani: Inno a Parma, un atto d’amore per la sua città che mostra tutta la nostalgia del poeta, ma anche la sua tristezza, il suo rimpianto per quei quartieri, quelle strade, quella gente che, sapeva, non avrebbe visto più: «Belle sere parmigiane/ tra chiaro e scuro, il cielo/ assordato di campane/ e le nuvole come il latte-miele». Parma, la sera, ammirata del suo cielo e quasi stordita da centinaia di rintocchi e serena di giorno, compiaciuta di essere libera: «Parma, la mia città,/ stravaccata nel sole/ canta come un usignolo/ Viva la libertà». E il più bel complimento alla sua gente: «Terra di belle donne/ col fuoco acceso negli occhi/ modelle da Madonne/ che anche il cielo si volta a guardarle (si volta indietro)». Scriveva Guareschi, scriveva dell’amico poeta, romanziere, editore. Gli fece eco un altro editore, Andrea Viglongo, che stette accanto a Pezzani poco prima che morisse: «In quell’ora di conversazione, alle soglie della morte in agguato – scriveva Viglongo a Giovannino – Pezzani mi confidò tutta la speranza che riponeva nella pubblicazione del romanzo affidato a Rizzoli, mi par di ricordare in relazione ad un concorso. Io gli feci il Suo nome, ed egli mi disse che Lei della cosa era già informato e che sulla Sua amicizia sapeva di poter contare. Lo credo anch’io, come credo che non Le spiaccia sapere che il Suo nome fu uno degli ultimi pronunciati nelle estreme ore di lucidità da Renzo Pezzani, che in fin di vita sperava nella pubblicazione di “quel libro” colla trepidazione del giovinetto che attende il primo foglio stampato con parole sue…».

Un nuovo romanzo per ragazzi? Chi lo sa e, soprattutto, chi lo saprà mai. Neppure Giovannino Guareschi ne parlò più, anche se, in quel «Giro d’Italia» scrisse: «… Però una delle sue poesie per ragazzi ve la voglio presentare. Perché, anche se non capite il parmigiano, vogliate un po’ di bene a Renzo Pezzani in italiano. La poesia s’intitola “Dieci più”. Le mamme scrivono tutte alla stessa maniera/ quando gli altri sono a letto e più zitta è la sera/…/ Come su neri spini improvvisi esplodono fiori/ scrivono in grosse lettere con bellissimi errori./ Oh, se dal buio tempo tornasse la loro/ maestra di terza a raccogliere il lavoro/ per quel “cuore” così grande sfuggito con la q/ chissà che voto avrebbero con la matita blu./ Ma lì è così bello, tra lagrime, sorrisi, preci/ che alla mamma che scrive ogni bimbo dà dieci./ E forse dieci più».

Questo scriveva Guareschi il 22 luglio del 1951: il 22 luglio di diciassette anni dopo anche Giovannino avrebbe chiuso per sempre gli occhi, lontano anch’egli dalla sua Parma, in riva a quel mare adriatico che è verde come i pascoli dei monti.

E. B.