Bollenti estati

 

 

 

Con l’arrivo del solleone le temperature salivano,
ma i contadini di una volta sapevano come risolvere il problema

Quelle bollenti estati senza epoca

Afa insopportabile e zanzare: ci si difendeva
con i giochi d’ombra, le bibite, il flit e le «moschere»

Il caldo padano, quello che arroventa le estati dalle nostre parti, è un caldo diverso dagli altri. Sa di quella terra buona da pane incendiata dal sole, sa di erba medica, di fieno, di stalla. Sa di anguria, «äd brùggni sùcheli», delle verdure degli orti, di erba rigenerata dell’acqua dei fontanili. Insomma, profuma di vita. Le estati padane dei nostri vecchi, sia in città che in campagna, non prevedevano certo i condizionatori come ora. Le prime accortezze della «rezdora» per combattere il caldo, coniugando antichi muliebri saperi tramandati dalle sue vecchie, era miscelare l’aria con un gioco di correnti facendo rimanere sempre le stanze fresche. Appena alzata, la «rezdora», (la sveglia era solitamente alle cinque), apriva tutte le finestre per fare entrare la sottile brezza antelucana e poi, quando il sole cominciava a spuntare, aveva cura di socchiudere o addirittura chiudere quegli scuri martoriati dai raggi solari, magari tirando anche le tende in modo che diventasse una camera oscura e tenesse ben immagazzinato il fresco incamerato nel primo mattino. Le altre finestre all’ombra venivano spalancate fino ad una certa ora e, alla fine della mattina, venivano socchiuse in modo tale che il cado non entrasse. Ad esempio, le vecchie canoniche vegliate dalle premurose «perpetue», nei mesi estivi, non erano mai calde. E, siccome il prevosto, solitamente non magro, soffriva tanto l’afa, la stanza da pranzo e la camera da letto erano sapientemente refrigerate dalla «perpetua» attraverso questi equilibrismi di luce e di aria per mantenere sempre una temperatura accettabile. Alla sera, quando il sole stava calando e cominciava ad alzarsi quella rinfrescante brezza vespertina, specie in campagna, la «rezdora» apriva tutte le finestre per arieggiare e per fare entrare un po’di ristoro anche se le insidie non mancavano causa lo sgradito ingresso, nelle varie stanze, di zanzare o, peggio ancora, di pipistrelli. Anche il pollaio, patrimonio delle «rezdore» , nei mesi caldi doveva essere arieggiato, altrimenti quelle povere bestie, specie di notte, avrebbero patito le pene dell’inferno. A parte il fatto che ogni pollaio che si rispettava era riparato da una pianta di fico, da un gelso e da un noce che con le loro foglie lo proteggevano dai raggi solari, la «rezdora», proprio quando il caldo faceva sul serio, apriva quelle finestrelle sgangherate di legno facendo ben attenzione che la rete protettiva tenesse, in quanto quel minuscolo pertugio poteva rappresentare un comodo ingresso per la faina e anche per qualche piccola volpe. Anche i cibi, un tempo, dovevano fare i conti col caldo e, se in città i primi frigidaire avevano sostituito, negli anni sessanta, le colonne di ghiaccio che recapitava a domicilio la Palmira, in campagna, tutto ciò che era deperibile finiva nella «giasära», una sorta di bunker scavato sotto terra, completamente avvolto da gaggie o altre piante, che in inverno veniva stipato di neve la quale, in quell’antro buio, durava tutto l’anno. In campagna l’acqua del «sambot» era sempre fresca perché arrivava dal pozzo e, quindi, non c’era bisogno di alcun stratagemma per rinfrescarla. In città, invece, quella dell’acquedotto, fresca non era, ed allora la si faceva filare in modo tale che si mantenesse accettabile . E, dentro quella bacinella posta sotto il rubinetto, galleggiavano una mezza anguria, un pacchettino con il burro e l’immancabile bottiglia di bianco o rosso. Nelle fresche stanze delle cascine difese da muri spessissimi di pietra e sasso, nel primo pomeriggio, dopo «al disnär» era di rigore fare la pennichella ossia la «gabanéla» come la descrive meravigliosamente la scrittrice Adele Grisendi nel suo bel libro «Bellezze in bicicletta» (Sperling & Kuffer Editori). Il «disnär» era fissato a mezzogiorno in punto. Non c’erano tanti orologi e cronometri in giro, bastava guardare il sole e sentire il rintocco delle campane della chiesa. «Solo se c’era il fieno per terra – scrive Adele Grisendi – si andava a tavola mezz’ora dopo. Gli scolari mangiavano da soli quando arrivavano. Ad attenderli erano le madri. Gli uomini erano già spariti da un pezzo al piano superiore, quello delle camere da letto. Stavano facendo la «gabanéla» ossia il riposo pomeridiano per recuperare le fatiche della mattinata. La loro siesta poteva durare anche due ore. Non sempre le mogli li raggiungevano: spesso approfittavano della calma per sistemare una camicia, fare l’orlo a un paio di pantaloni o rammendare i calzini. Era sempre lavoro ma si riposavano di più che se fossero andate a stendersi a letto perchè godevano di quel momento di pausa con intorno null’altro che il silenzio. Per sedersi andavano sotto il portico dove tirava un filo d’aria, ma soprattutto perchè in cucina avevano spruzzato il Ddt per liberarsi dalle mosche, grosse e molto fastidiose». Massì il «Ddt», il caro-vecchio «Flit» (ricordate la pubblicità «Ammazza la mosca col Flit»?) che veniva spruzzato dalle « rezdóri» nelle stanze da letto nel tardo pomeriggio con un apposito aggeggio: una sorta di stantuffo con un serbatoio nella parte finale del tubo dal quale fuoriusciva uno spruzzo nebulizzato dall’odore pungente che, come si suol dire, «tacäva in gola». Mosche e zanzare erano talmente nauseate da quel puzzo che, o scappavano, oppure crollavano.

E poi esistevano i rimedi delle nonne contro le punture delle zanzare. Se la morsicata era localizzata in una parte non sensibile del corpo veniva utilizzata l’ammoniaca o il succo di limone per lenire il prurito. Altri antichi rimedi per scacciare le zanzare erano quelli di strofinare gambe e braccia con foglie di «erba luisa» o «mentuccia» oppure con le foglie dei pomodori. Una volta, in ogni casa, il fedele compagno delle notti estive dei nostri nonni era lo zampirone che, tutta notte, come un vecchio ed incallito fumatore, emetteva quel sottile fil di fumo in grado di far fuggire zanzare e pappataci. Non certamente quelli del Po o del Taro poiché le zanzare dei fiumi sono sempre state più «codigne» di quelle di città. Le zanzare della Bassa, infatti, sono toste come la gente del «grande fiume: difficili da domare. Basti pensare ai pescatori e ai barcaioli del Po. Questi uomini forti e gagliardi non usavano tanti rimedi contro le zanzare. Facevano parte delle loro estati, del loro habitat e, guai, se non ci fossero state !! Nelle cocomeraie poste sugli argini o in quei capanni di pescatori sulle rive del Po, le zanzare erano di casa. Ed allora il barcaiolo o il pescatore, quando proprio non ne potevano più, accendevano una sigaretta, una di quelle «Alfa» dal pacchetto rosso il cui fumo ed il cui odore avrebbero steso un elefante. Per difendersi dalle mosche estive l’astuzia muliebre inventò la «moschera». Una volta ogni casa, sia aristocratica che plebea, ne possedeva una, due a volte tre. La «moschera» (l’ultimo artigiano che ancora oggi le realizza, sfidando il progresso, è il simpaticissimo Raffaello Gandolfi di Monchio delle Corti) era una gabbietta con intelaiatura fatta di legno abbracciata da una rete a maglie fittissime che non consentiva a mosche e moscerini di posarsi sui cibi. E se in alcune case la «moschera» difendeva dalle mosche e da altri insetti, in altre dove l’igiene e le condizioni socio ambientali lasciavano molto a desiderare, poteva rappresentare anche una valida difesa dai ratti affinchè questi ultimi non andassero ad intaccare quei cibi avanzati che, con tanta parsimonia, la «rezdóra » custodiva nel suo tabernacolo casalingo. La «moschera», solitamente, era posizionata nell’angolo più riparato della cucina. Ovviamente in estate veniva sistemata nella zona più fresca, mentre in inverno poteva essere collocata nella stanza fredda, ossia quella non riscaldata da camini o stufe o, addirittura, veniva appesa nel balcone o fuori dalla finestra rappresentando il frigidaire ante litteram. Contro le mosche si ricorreva anche alla «carta moschicida», una sorta di nastro attaccaticcio che penzolava dal lampadario il quale aveva il potere di attirare le mosche che si appiccicavano a quella carta collosa per non staccarsi più. Pochi minuti di agonia sbattendo le ali e facendo inutili contorsioni per poi venire sopraffatte da una paralisi totale che le annientava. Ma se anche la carta moschicida riusciva ad attirare le mosche, la sua immagine era talmente riluttante e vomitevole che in molte case si preferiva combatterle con altri sistemi ossia con la vecchia paletta dal manico in legno o in alluminio sulla cui punta era inchiodata una leggerissima retina sempre in alluminio poi sostituita dalla plastica.

L. S.