Ballando, ballando

 

 

Le feste danzanti di un tempo
Guareschi ne scrisse nel 1932 ricordando i Cantoni e il loro leggendario Concerto

Al Festivàl, ballando, ballando, ballando

«La folla che ondeggia nel ballo e il vento leggero della notte estiva»

E’ iniziata l’estate e ce ne siamo accorti: non solo per il caldo, ma anche per il proliferare delle cosiddette «feste danzanti», termine un po’desueto, ma tutt’ora efficace per descrivere le serate in compagnia della musica che da giugno a settembre si rincorrono. Anche se oggi la passione per il ballo popolare si sta lentamente perdendo, non solo per motivi anagrafici, da queste parti rimane, grazie a Dio, il mito delle feste da ballo, delle quali scriveva, con la consueta maestria, Giovannino Guareschi nel 1932. «Si balla dappertutto, ma non dappertutto come a Parma; quella Parma, dico, del popolo, che affolla di belle sartine le sale di ballo. Nel Club troverete le belle toilette e i bei nomi, che sono cose di tutto il mondo, ma nel circolo popolare troverete le belle ragazze e quel tanto di colore locale che ci rendono diversi da tutto il mondo. Lasciamo dunque il primo al giovane elegante che ha lo smoking e l’erre roulé, e teniamo per noi l’ultimo, dove non occorrono né lo smoking né l’erre moscia.».

D’estate, però, va da sé che la città perdesse parte dei suoi ballerini, perché le serate al chiuso diventavano invivibili. Così, mentre a Parma le sale da ballo chiudevano «per ferie», in campagna arrivava il Festival, che però alla Bassa ha l’accento sull’ultima sillaba e si dice «Festivàl»: «Conosciamo il grande baraccone che a Strapaese in festa, drizza le sue tende nei pressi della osteria. Di fuori, con quel suo frontale pieno d’arabeschi e di figure strane, fa pensare al circo equestre: di dentro, l’impiantito di legno, le alte antenne, le corde, i canapi e l’immenso telone, danno l’idea della tolda di un veliero. Quando poi il ”festival” è zeppo di folla che ondeggia nel ballo e il vento leggero della notte estiva gonfia il telone e fa fremer le antenne, l’illusione è più viva e il palco dell’orchestra che emerge sopra la ciurma danzante, par proprio un ponte di comando. E in verità il ”festival” è po’come una nave: quando viene la primavera e comincia a soffiar leggero lo zefiro, comincia la sua crociera e naviga nel mare calmo dell’immensa distesa verdeggiante dei campi e getta l’ancora e ammaina le vele a tutti i porti a tutte le sagre. La Bassa Parmense è senz’altro la patria del ”festival” e dei concerti famosi. Attorno ai ”festival” si raccoglievano popolazioni intere di lontanissimi paesi, venute a piedi lungo le monotone, piatte strade della Bassa, non per ballare ma per sentir suonare. E a mezzanotte il concerto usciva dal baraccone e si portava ai piedi del campanile su cui saliva il clarinetto: e mentre la folla taceva, dall’alto della torre il clarinetto lanciava verso il cielo il primo trillo del valzer famoso e dolcissimo: “La Mezzanotte”.» Ecco la parola magica della favola che Giovannino racconta sul «Festivàl»: concerto. Perché qui, alla Bassa, uno e uno solo era e rimane il «Concerto», quello dei Cantoni: «Nei pressi di Colorno, verso il 1890 viveva la famiglia dal Cantoni: era una famiglia patriarcale, attorno al cui capo si raccoglieva una coorte di figli, di nuore, di nipoti. Contadini, gli uomini e le donne, di buon mattino andavano nei campi a lavorare. Ma il vecchio rimaneva in casa a comporre valzer e mazurche, a concertare polche e marce. Il vecchio a una certa ora staccava dal chiodo la cornetta, usciva sull’aia e suonava a raccolta: le donne, i bimbi, gli uomini udivano e ritornavano a casa. Deponevano gli strumenti del lavoro e tutti, uomini, donne e bambini, levavano dalle custodie gli strumenti musicali, si raccoglievano attorno al vecchio e, intenti alla sua bacchetta, concertavano i valzer le polche che avrebbero fatto delirare le folle raccolte attorno ai “festival”.» Roba dell’altro secolo o, meglio, di due secoli fa? Forse. Ma per fortuna oggi le cose stanno diversamente e ancora nelle piazze si può ascoltare il nuovo «Concerto Cantoni», diretto da Eugenio Martani. La musica è quella originale dei Cantoni, gli strumenti sono quelli ma, soprattutto, l’amore per la musica è ancora quello che colpì un altro grande parmigiano, Arturo Toscanini: «Ho sentito dodici ragazzi bravi, bravissimi, un’orchestra da camera perfetta, dodici giovani di diciotto-vent’anni. li ho applauditi, li ho ringraziati. No, non muore la musica!».

E. B.