L’Albania è vicina

 

 

 

«L’Albania è vicina»

(sottotitolo «Accadde domani»)
romanzo incompiuto e immaginario (ma non troppo) di Giovannino

E il Belpaese tornò terra di conquista Uno scenario molto poco plausibile negli anni ‘60, ma di certo profetico. Dalla Bielorussia a Odessa, un flaneur dallo sguardo ironico a zonzo fra città mitiche dal complicato presente.


Quarantanove anni fa, nel marzo del 1968, a pochi mesi dalla morte, Giovannino Guareschi, per nulla rassegnato alle sorti tutt’altro che «magnifiche e progressive» dell’Italia, inviava a Mario Tedeschi, direttore de «Il Borghese», il primo capitolo di un romanzetto di fantasia, dal titolo «L’Albania è vicina», sottotitolo «Accadde domani». La vicenda ruota attorno ad un improvviso sbarco, sulle coste pugliesi, di un agguerrito contingente di albanesi, armati fino ai denti ed appoggiati da mezzi navali e, soprattutto, attorno alla reazione del governo italiano. Ne emerge un ritratto ironico, ma spietato, del nostro Paese, timoroso di chiamare le cose col proprio nome e restio ad accettare di essere stato invaso militarmente: «Il Presidente (della Repubblica n.d.r.) viene svegliato pur nell’ora antelucana» e il Capo di Stato Maggiore gli riferisce il fatto inquietante: «“Eccellenza, questa mattina a cominciare dalle ore 1,35, forze albanesi sono sbarcate in Puglia, fra Brindisi e Otranto.” “Generale, sono le 10,35 – gridò il Presidente. –Dopo 9 ore me lo dice?” “Ho dovuto attendere per poter conoscere le intenzioni dell’invasore.” “Generale, andiamoci piano! Invasore è una parola grossa. Come può un popolo di 1.700.000 abitanti invadere un Paese di 52 milioni di abitanti?”».

Ecco il primo dialogo, che lascia già presagire la trama dell’intera vicenda: sbarca un contingente di stranieri, del quale poco o nulla si sa e, mentre il Capo di Stato Maggiore cerca di informarsi sulle intenzioni più o meno pacifiche degli sbarcati, la politica minimizza la situazione, iniziando molto italianamente a prendere tempo.

Il generale ribatte: «“Diciamo allora il nemico…”Nemico? –urlò il Presidente. – Gli albanesi sono un popolo amico dell’Italia. Inoltre, di nemico si può parlare solo in caso di guerra e qui non c’è alcuna guerra.” “Sì, Eccellenza. Diciamo allora semplicemente gli albanesi”. “È sicuro che si tratti di albanesi?” “Sventolano bandiera albanese, parlano albanese, dicono di venire dall’Albania e d’essere albanesi…..” “Dicono…Dicono! Allora l’espressione corretta è sedicenti albanesi”».
Nel 1968 la comunicazione non era così rapida come lo è oggi, ma la televisione di Stato esisteva, eccome! Ed ecco, allora, come comunicare al popolo la notizia dell’invasione e delle “contromisure” adottate: Mentre il Presidente della Repubblica insiste sulla “visita di cortesia”, il Capo di Stato Maggiore tenta di replicare che «”dovrà pure dare notizia dell’invasione!”». La risposta è sconcertante, ma davvero emblematica: «“E perché mai? Si potrà, al massimo, accennare a un eccezionale flusso turistico da Oriente verso..».
Guareschi non ha potuto portare a termine questo ultimo romanzo di fantapolitica, ma sono emblematiche le annotazioni che emergono da altri fogli che accompagnano il dattiloscritto inviato al «Borghese», dove Giovannino, non contento dell’invasione albanese della Puglia, preconizza una molteplice azione di conquista, più o meno cruenta (anche se, vista le reazione del governo italiano, poco o nulla cambierebbe) rispettivamente di: Trentino Alto Adige e Veneto da parte dell’Austria, Sicilia da parte dell’URSS, Sardegna da parte degli USA, Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria da parte della Francia, Friuli Venezia Giulia da parte della Jugoslavia. Ma non basta: anche tenta di essere annessa alla Svizzera, mentre la stessa Svizzera vorrebbe liberarsi vilmente del Ticino per appiopparlo alla Lombardia. Uno scenario inquietante, poco o nulla plausibile negli anni ‘60, ma assolutamente profetico per il futuro, quando l’invasione pacifica di tanti popoli sta cambiando davvero il volto della nostra Nazione, suscitando reazioni non molto dissimili da quelle ironicamente raccontate da un Giovannino che, pur malato e deluso dalla vita, nulla aveva perso del suo grande genio satirico. Davvero il romanzo avrebbe potuto intitolarsi soltanto «Accadde domani».

E. B.