Le processioni estive

 

 

 

Un avvenimento che coinvolgeva,
in campagna, tutto il paese,
mentre in città mobilitava la parrocchia
e buona parte del quartiere

In corteo dietro le statue dei santi

Le processioni estive, con baldacchini, portantine e candelabri
coniugavano fede popolare e folclore

I più popolari santi «estivi», specie un tempo, venivano festeggiati con solenni processioni ed altri riti che coniugavano fede popolare e folclore. Le solennità religiose estive più sentite dai nostri vecchi erano dedicate innanzitutto alla Madonna nel mese di maggio, a santa Rita il 22 maggio, a Sant’Antonio da Padova il 13 giugno mentre, san Giovanni, il 24 giugno, era solennizzato dai parmigiani soprattutto a tavola con gli immancabili tortelli d’erbetta «benedetti» dalla salutare «rozäda». Un tempo le processioni erano un vero proprio avvenimento che coinvolgeva, in campagna, tutto il paese mentre in città mobilitava la parrocchia e a volte buona parte del quartiere. Una quindicina di giorni prima dell’evento il sagrestano, dall’angusto magazzino ricavato per lo più nella torre campanaria, tirava fuori gli arredi e gli oggetti sacri per la processione serale. Baldacchini, portantine e altro venivano tirati a lucido in modo da ben figurare. Il giorno prima della processione le «rezdore» raccoglievano il maggior numero di rose possibile da orti e giardini. Petali rossi, gialli e rosa deposti in cestini di vimini venivano conservati al fresco nel sottoscala per essere pronti la fatidica sera della processione in modo tale che i bambini li spargessero lungo il tragitto dove transitava la statua della Vergine preceduta dal sagrestano che sorreggeva la grande croce. Seguivano il sacerdote, le pie donne e quindi il carro o la portantina sorretta da una pattuglia di uomini robusti.

Dietro alla Madonna: gli anziani, gli uomini e i giovanotti. La processione, nel paese, transitava lungo le strade principali per culminare nel sagrato della chiesa mentre in città seguiva un percorso che si snodava nei borghi. Dalle finestre delle case sia umili che plebee venivano esposte coperte e drappi con candelabri d’argento, umili lumini, candele oppure lampadine multicolori che disegnavano una vistosa «M» di Maria. Era davvero una festa di fede e di popolo alla quale tutta la comunità partecipava per sottolineare un momento di unione e di preghiera. Sul carro, in campagna trainato dai buoi, accanto all’immagine della Madonna, alcuni bambini e bambine vestiti da angioletti lanciavano fiori e petali di rosa, mentre in città sul carro, che era solitamente un camioncino addobbato con drappi bianchi e azzurri come il cielo, trovavano posto alcuni bambini vestisti da paggetti con ampi cappelli piumati. Popolari canti liturgici tra i quali non potevano certo mancare inni dedicati alla Madonna, si mescolavano all’aria tiepida della sera che profumava di fieno e fragranze dei campi, mentre le prime tenebre lasciavano intravedere ancora più nitidamente i lumini esposti alle finestre e il baluginio delle prime lucciole che si affacciavano all’estate ormai prossima che sarebbe esplosa con la mietitura e la trebbiatura.

Mentre il carro procedeva lentamente verso la chiesa, il celebrante intonava i misteri del rosario seguiti dalle «ave maria» in latino alle quali rispondevano i fedeli in un latino maccheronico che avrebbe fatto inorridire anche il più tollerante latinista, ma che per il candore e l’umiltà di chi le pronunciava, quelle preghiere, erano ugualmente gradite alla Madonna dalle fattezze di «rezdora» che teneva in braccio un Bimbetto dalla gote rubizze proprio come quelle di quei bambini allevati a pane e tosone e che tutto il santo giorno sgambettavano in quelle aie dove l’odore di stalla si mescolava con i profumi di minestrone e frittata e dove le note del concerto agreste erano rappresentate dal garrire delle rondini di giorno e dal canto dei grilli di notte. Una volta giunta in chiesa, la statua della Madonna, veniva collocata dinanzi all’altar maggiore circondata da mazzi di rose e di fiori di campo mentre i gioiosi rintocchi delle campane si perdevano nell’aria tiepida della sera padana illuminata dalle stelle e da una luna tonda come « ‘na formaja». In occasione della ricorrenza di Santa Rita da Cascia ( la «santa dei casi impossibili») erano le rose le protagoniste delle varie liturgie. Infatti i petali delle rose di Santa Rita venivano benedetti dal sacerdote e conservati in apposite bustine per proteggere la casa e per invocare sulla famiglia le benedizioni della Santa al fine di scongiurare malattie ed altre sciagure. Sant’Antonio da Padova, (il «santo dei miracoli») ebbe anche da noi tantissimi devoti tanto che il cronista riporta «che tale giorno è solennizzato in quasi tutte le chiese et oratori della città e con specialità nella chiesa di San Francesco per la particolare devozione del Principe Antonio Farnese». Nel ‘700 i festeggiamenti iniziarono addirittura con i primi vespri della vigilia (12 Giugno) «con straordinaria musica» e al termine grande spettacolo folkloristico per lo «sbarro di mortari dai baluardi di Santa Barnaba e San Michele». In tempi più recenti, processioni in onore del Santo si svolgevano tra i borghi dell’Oltretorrente auspici i frati dell’Annunziata, mentre fino a pochi anni fa, grazie al solerte ed indimenticabile padre Silvestro Montersatelli, la statua del Santo veniva portata processionalmente nelle strade attigue al convento di San Pietro d’Alcantara in via Padre Onorio. Tempo addietro, quando il traffico non era caotico come ora, la processione, organizzata dai frati minori di San Pietro d’Alcantara, si spingeva sullo Stradone percorrendone un bel tratto fino ad imboccare strada XII Luglio e fare ritorno nel Convento di via Padre Onorio sul cui sagrato la banda intonava alcuni brani tra i quali l’inno del Santo proposto dalla possente voce baritonale del bravo padre Vitali, mentre nella chiesa la liturgia era animata da brani sacri eseguiti dal tenore Meli e dal soprano Trasatti accompagnati all’organo dal maestro Roberto Rampini. La statua veniva trasportata su un automezzo messo a disposizione della «Centrale del Latte» su cui prendevano posto quatto paggetti con copricapi piumati, mentre i gigli erano forniti unicamente dal quartiere, ma in modo particolare dai giardini di viale delle Rimembranze, mentre su tutte le finestre che si affacciavano sulla processione facevano bella mostra lumini accesi, drappi o immagini del Santo. Anche «de dla da l’acqua» il culto per Sant’Antonio era molto sentito. D’altra parte il nostro oltretorrente, un tempo anarchico e anticlericale come dipinse mirabilmente Bruno Barilli «quando vedevi sbucare fuori dal buio delle porte certe fosche, scarne e spiritate figure di popolani dagli occhi assonnati e biechi facevi presto ad accorgenti che in quel clima infuriava ancora il microbo del 1789. Immersa nel fiato torbido di suoi cieli novembrini, questa città logora e illustre rassomigliava molto ad un quartiere della vecchia Parigi. Anche sulla Piazza della Rocchetta avrebbe potuto degnamente figurare il palco della prima ghigliottina» amò un frate: Padre Lino. Un’altra antichissima tradizione legata al culto di S.Antonio era legata al «pane» che prese poi il suo nome. Per impetrare dal Santo la protezione sui bambini, i genitori facevano voto di offrire grano o pane ai poveri, periodicamente, per un peso corrispondente a quello del bimbo raccomandato. Per onorare l’immagine di Sant’Antonio da Padova nelle chiese e nelle maestà votive venivano portati i gigli bianchi chiamati, per l’appunto, «gigli di S. Antonio» perchè la loro fioritura ed il loro inebriante profumo coincidono con il periodo in cui si festeggia il santo francescano.

Anticamente in tutti i giardini e gli orti di città e di campagna, un quadrettino di terra era riservato a questo profumato fiore tedoforo dell’estate: il giglio bianco. Associato nel tempo alle più nobili virtù morali (innocenza, castità, rettitudine e fede), tanto da diventare il protagonista per eccellenza della simbologia religiosa e dell’iconografia cristiana, il giglio bianco, da sempre, orna le statue di Santi e Madonne. Non a caso è conosciuto dal popolo come «giglio della Madonna» , «giglio di San Luigi» e «giglio di Sant’Antonio».

L. S.