1953, il ritorno in città

 

Lo scrittore a Parma:
«mi sento come chi si risvegli dopo un sonno di trent’anni
e si ritrova in un mondo sconosciuto»

1953, il ritorno in città di Guareschi

Parma, 1953. Giovannino Guareschi torna in città trent’anni dopo la sua «bohème» in Borgo del Gesso e otto anni dopo la liberazione dai lager nazisti. Torna da scrittore famoso, ma torna con la stessa, identica malinconia del 1945: «Io so soltanto che, adesso, quando torno nella mia città, mi sento come chi si risvegli dopo un sonno di trent’anni e si ritrova in un mondo completamente sconosciuto. Giro, infatti, per strade mai viste e cerco invano i vecchi muri d’un tempo. Fantasmi: qual è lo spettacolo più triste e deprimente che mi si offre agli occhi quando ritorno nella mia città? Rivedere il Duomo, il Battistero, l’Università, la chiesa della Steccata, il Teatro Regio e via discorrendo. Che ci fanno questi fantasmi forestieri in mezzo alla città nuova dei grandi magazzini. Bisognerebbe smontarli pezzo per pezzo e ricostruirli dentro uno speciale recinto alla periferia. Ogni anno, di Natale, vado all’appuntamento con Gramigna. E lo ritrovo là sempre puntuale, sempre uguale, ritto sul pietrone di granito sotto il quale riposa in pace la sua vecchia Maestra. Mia madre. Gramigna è là puntuale all’appuntamento e il fatto di trovarlo sempre uguale mi consola dei cambiamenti che ho notato traversando la città per recarmi al cimitero di Marore. Ma fino a quando durerà?

La città sta dilatandosi e si avvicina ogni giorno di più alla piccola frazione che si avvia a diventare la periferia della città. E i morti contano ogni giorno di meno. Niente di strano in una città moderna che non esita a demolire il monumento a Verdi per costruire al suo posto dei casoni in condominio. Malinconica ma logica sorte che accomunerebbe il primo della classe Verdi all’ultimo della classe Gramigna». La città che cambia ma, in fondo, rimane uguale, popolata di memorie e di malinconia, la stessa malinconia che proverà Guareschi alla morte di Renzo Pezzani, il cantore di quella città che aveva scoperto di amare moltissimo solo dopo averla lasciata. Come Giovannino che si commuove persino per l’ultima corsa del vecchio tram elettrico, destinato a cedere il posto ai moderni filobus: «La mattina seguente andammo in città io e Margherita e vedemmo passare per l’ultima volta il vecchio tram che, tutto imbandierato, faceva l’ultimo giro. Poi, quando fu passato in mezzo alla gente che faceva ressa nella piazza, risalimmo in macchina e corremmo avanti e ci fermammo alla periferia per vedercelo ancora una volta, da soli, mentre percorreva l’ultimo pezzo di binario prima del deposito. Pioveva e non c’era anima viva. Il tram arrivò. Ci mise pochi minuti a passarci davanti per poi andarsi a infilare nel recinto della rimessa. Ma il pensiero va più veloce dell’aereo supersonico. E così io vidi una quantità enorme di cose. Vidi la vettura piena zeppa. Piena zeppa di gente che io avevo conosciuto nella mia lontana fanciullezza e che da tempo era morta ma che, adesso, viaggiava lì, sull’ultimo tram. Sentii che quel tram stava portando via i miei più cari ricordi e un pezzettino del mio cuore. Tanto è vero che quando la vettura fu passata, io lanciai un grido perché un ragazzino, dopo aver rincorso il tram e averlo raggiunto, s’era aggrappato al respingente posteriore per approfittare anche lui dell’ultima corsa del tram. E, vecchio mondo, quel ragazzino ero io. Il Giovannino col cuore pieno di poesia e le tasche piene di castagne secche.

La voce di Margherita mi richiamò in servizio. –Giovannino, con chi ce l’hai? –Non hai visto quel bambino dai capelli lunghi, che si è attaccato dietro il tram? –No –rispose Margherita. –Ho visto soltanto un vecchio bacucco coi baffi lunghi. Ma si è attaccato al volante di questa macchina. Il fatto è che io non viaggiavo in macchina, ma in realtà viaggiavo aggrappato al respingente posteriore del vecchio tram.».
È commosso Guareschi, al ricordo della città che vedeva dai finestrini di quel vecchio tram, della città con poche automobili, ma tanta serenità in più. La stessa città che raccontava Pezzani: «Parma, la mia città stravaccata nel sole, canta come un usignolo: viva la libertà».

E. B.