Nei vecchi borghi…

 

 

 

4 AGOSTO 1934

NEI VECCHI BORGHI LA VITA RINASCE LIETA E PITTORESCA

Michelaccio (giovannino guareschi)

Quando si accendono nelle strade le prime luci della sera e nel vialone diritto che guarda sul torrente riarso le belle ragazze e i giovani ben pettinati cominciano a far salotto, quando nei balli, nei teatri e nei caffè, le trombe e i sassofoni si svegliano dal lungo torpore e le radiole cominciano a crepitare, le vie ampie ed ariose della città nuova si ammalano di «spleen» mentre nei vecchi borghi che ancora si godon la tregua concordata col piccone, la vita rinasce lieta e pittoresca. Le case magre e malconce che si stringono l’una all’altra, in mal costrutta fila, come reclute maldestre sorprese da un attenti improvviso, spalancano tutte le loro finestre, assetate di aria schietta.

IL CARILLON DELLA SERA
Comincia il lieto carillon che affida al vento fresco della sera le brevi note, il tinnire sommesso dei piatti e delle forchette. Poi mentre, una dopo l’altra, si spengon le luci nelle finestre, la gente scende nel borgo a prendere il fresco, seduta sullo scalino delle porte. Intanto, nei «tràj» si accendono i lumi rossastri dell’acetilene, nelle baracche delle cocomere, e gli spicchi enormi e sanguigni splendono nella penombra come carboni accesi. Sotto gli ippocastani, agguerriti squadroni di belle ragazze che si recano ai balli, disarmano con grandi risate aggressivi plotoni di soldati; i primi clienti del chiaro di luna parlottano sommessi, qualche solitario si fuma placido il sigaro seduto sulla mura. Passa qualche Balilla misteriosa che cerca un posto nascosto per fermarsi un istante e ripartire veloce. Passa l’autotreno che coi suoi fari svela i piccoli misteri annidati nell’ombra; passa il carretto dei gelati; s’odono trillare i campanelli di cento biciclette. Nel vecchio borgo l’ultima finestra ha spenta la sua luce: nelle osterie piccole e basse uomini scamiciati abbassano con grandi pugni le carte sui tavoli e fanno paurosamente tinnire bottiglie e vassoi e urlano il loro incontenibile sdegno quando il compare gioca il cavallo invece del tre. I ragazzi sono stati i primi a scendere nella strada: dopo essersi a lungo azzuffati ora silenziosi fan cerchio attorno al capannello di giovani in maglietta verde o gialla e berretto sportivo che discutono con grande serietà e grandissimi urli, e con gesti larghi e decisi: «Martano, Meazza, Juventus… Carnera….». Davanti a tutte le porte c’è un club: dappertutto, anche dove, attraverso l’uscio aperto, si vedono il letto e il comodino.


 

I GIOVANI E I VECCHI
Tutte donne, tutte vecchie o mature: le giovani hanno ben altro da fare, nelle sere d’estate, quando nel cielo ci sono la luna e le stelle e l’erba è fresca di rugiada. Delle ragazze, molte non han finito la cena: un fischio venuto dal borgo le ha sorprese col cucchiaio a mezz’aria e ha smorzato loro l’appetito e ha fatto sollevar gli occhi dal piatto al padre: «Cò fät?» «A n’ho pu fama» «Indò vät?» «A vagh chì…». Poi, mentre la ragazza, restauratasi, uscita dall’uscio, le bellezze del viso, è corsa verso le fonti del fischio, è nato il quotidiano diverbio fra il papà e la madre: l’uno a minacciare tuoni e fulmini allo «sgalsarén» quasi sempre sconosciuto; l’altra a sostenere convinta «ch’I’é un bräv ragàs», per concludere infine: «Dal rést, j’én i so témp.» Davanti a tutte le porte si son formati i club delle donne vecchie e mature. Le nonne, col fazzoletto legato attorno al capo, il corpetto dalle maniche a sbuffi, le sottane lunghe e ampie, cariche le orecchie dei grandi e pesanti cerchioni d’oro che sembrano corone d’ingranaggio, parlano lente e sommesse fra di loro, le mani incrociate sul grembo. Difficile riassumere gli argomenti delle loro conversazioni. «Mo ät visst?» «A j’ho visst.» «Mah….» «Sarà c’me Dio vrà…» Perché per le donne e gli uomini vecchi l’importante è soltanto parlare, dir qualcosa, per convincersi che la voce e l’udito ci sono ancora, per convincersi d’essere ancora vivi.

L’ETERNA CONCLUSIONE
Più varie e più animate le conversazioni fra le mamme: mai cordiali però e, quel che importa, mai sincere, perché «oggi ti vedo e domani non ti vedo» come dicono loro. Adesso siamo amici ma fra cinque minuti per una causa qualsiasi ce ne diremo magari di tutti i colori e magari ci prenderemo per i capelli. I temi principali oltre all’inevitabile: «Che cäld a fa incó», quello, cioè, che serve d’introduzione a tutti i discorsi, sono i soliti di tutte le conversazioni fra mamme e zitelle: le donne, i cavalier, l’armi e gli amori. Le altre donne, i cavalieri delle altre donne, le battaglie fra le altre donne e i loro cavalieri, fra le donne e cavalieri fuori ordinanza e viceversa. Tutti i discorsi finiscono con la frase di rito che, a buon conto, precisa le posizioni: «Mi, dal rést, a ne m’pos miga lamintär…». Col calar della notte, i capannelli si smembrano: le donne e i ragazzi vanno a dormire. Restano i giovanotti dalle magliette colorate: esauriscono le discussioni poi cantano la ninna nanna alla gente: «E se dal cielo cadesse una stella»… Poi si salutano facendo con la bocca quei versi strani che il galateo mette fra le manifestazioni personali da non usare assolutamente in società, ma che il cinematografo, con la complicità del sonoro, sta ora riportando all’onor del mondo, facendone la scena madre di cento film di guerra e di pace, di sport e d’amore. È giunta l’ora in cui le osterie chiudono le porte e spengono i lumi: il borgo si fa sempre più silenzioso, il sonno ha conquistato facilmente gli uomini e le donne stanchi per il lavoro, i ragazzi spossati dal lungo vociare. Sui «tralleri», i tavoli ove fiammeggiano gli enormi spicchi delle angurie si vedono attorniati da una clientela nuova e strana di donne sfiorite, grasse, malvestite e profumate.

LA POESIA DELLA NOTTE
La notte incombe pesante ora sulle case addormentate che disegnano sul cielo la sagoma ineguale e pittoresca dei tetti e dei comignoli: gli urli rabbiosi dei gatti innamorati, qualche breve alterco che si annuncia con una finestra che improvvisamente si illumina; il frignare d’un bimbo, poi più nulla. Il borgo vive solo della luce bianca delle lampade accese. Qualche breve sussurro nasce fugace in una porta: reduce dall’amore ritorna la ragazza a braccetto del suo cavaliere. Nell’andito buio si liquida con poche parole tutta la faccenda: «Vénot fóra dmandasira?» «Sì.» «Ciao bél.» Un bacio, l’ultima stretta di mano, poi ultimissima la voce un po’tremante della pulzella si ode venire dalle tenebre dell’andito: «Spéta ancòrra un po’, intànt ch’a vàg su: j o paura, a gh’é il pónghi…». Quando più nessuna voce, nessun sussurro romperà l’alto silenzio che grava sul vecchio borgo addormentato, verrà lo spazzino a fare, colla scopa di saggina, il bilancio d’una giornata di vita.