Fienagione

Dopo i rigori invernali e le prime avvisaglie di bel tempo d’inizio maggio, per la gente dei campi cominciava il periodo dei «fén»

E’ ARRIVATO IL TEMPO DELLA FIENAGIONE

I contadini si disponevano in lunghe file e impugnavano la «fre’na» (la falce) per tagliare l’erba

Le prime grandi fatiche dell’anno per i contadini e le «rezdore» erano la fienagione e la cura dell’orto che in primavera comincia ad essere più esigente. Quindi, dopo i rigori invernali e le prime avvisaglie di bel tempo d’inizio maggio, cominciava per la gente dei campi il «tempo delle erbe». Ossia la fienagione meglio conosciuta dai contadini delle nostre zone come «i fén». A primavera inoltrata, quando anche un palo mette il fiore e i campi si vestono di un abbondante coltre di un bel verde grasso con quell’erba che, ondeggiando alla brezza maggerina, simula dolcissime onde nello sterminato mare padano, i contadini si disponevano in lunghe file e, procedendo a passo ritmato come altrettanti militari prussiani, impugnavano la «fre’na» (falce) come un fucile per decapitare quegli steli d’erba che, trasformandosi in un tappeto naturale, emanavano un inebriante profumo di vita. Il rito della fienagione non ammetteva gente che batteva la fiacca. Tutta la squadra, come un’orchestra, doveva andare a tempo in quanto, se qualche falce non faceva il proprio dovere, avrebbe scompaginato tutto il lavoro.

L’unica sosta ammessa al contadino era per affilare la lama del proprio attrezzo. Quando il capo (solitamente il più anziano), si fermava, anche gli altri ne ap- profittavano per asciugarsi il sudore e per estrarre dal «codär» (porta cote) la pietra con la quale si rinnovava il taglio alla «fren’na». La pietra era di arenaria a grana finissima a forma di rombo lavorata dalla gente dei campi, solitamente nelle stalle durante le veglie invernali, con un martellino, allo scopo di renderla maneggevole. «Al där al fil a la fre’na» prevedeva una liturgia che doveva essere scrupolosamente rispettata. Innanzitutto la lama doveva essere pulita, ope- razione che, per lo più, avveniva con un ciuffo d’erba. Con il pollice inumidito di saliva si controllavano eventuali ammaccature che venivano spianate attraverso i primi colpi affibbiati alla lama con la «préda» . Mentre con una mano il contadino teneva ben saldo l’attrezzo, con l’altra passava velocemente la pietra su entrambi i lati della lama che diventava tagliente come il rasoio di un barbiere. Un’operazione che richiedeva esperienza, rapidità e tanta abilità per non procurarsi ferite. La «preda», prima di essere passata sulla lama, doveva essere opportunamente inumidita con acqua o olio. Il «codär», che prevedeva un po’ d’acqua sul fondo, veniva portato dal contadino appeso alla cintura «d’il bräghi» alle quali era assicurato da un gancio. Il porta cote a forma appuntita era ricavato da legno di faggio, tiglio o salice oppure dal corno di mucca. I «codär» variavano dai 25 e i 30 centimetri di lunghezza con un diametro dai 13 ai 16 cm . Dalle nostre parti i «codär» più diffusi erano di corno (perché più resistenti), ma nei tempi antichi erano molto in voga anche quelli di legno che i nostri vecchi decoravano con intagli o con vere e proprie pitture raffiguranti santi, scene di vita quotidiana, fiori o piante. E se la pittura creava un indubbio abbellimento all’arcaico strumento, dall’altro serviva a ripararlo dall’usura assicurandogli una buona impermeabilità. Terminata la tosatura del campo, l’erba tagliata sprigionando un inebriante profumo che si spandeva nell’aria, invadeva strade e corti. L’estate era ormai alle porte e si annunciava alla sera con i rosari vespertini dinanzi a quelle padanissime cappelline abbracciate da rose e serenelle e rischiarate dalla baluginante danza delle prime lucciole.

Anche la cura dell’orto rientrava nel «tempo delle erbe». Infatti, quando l’insalatina fresca e le altre verdure cominciavano a spuntare dovevano essere difese dalla «rezdora» che, in modo molto lungimirante, temeva già i saccheggi che potevano fare gli uccellini alle piante di ciliege o di amarene. Ed allora, quando gli abiti erano di quarta o quinta scelta, quindi potevano si e no essere utilizzati come stracci per la polvere, la «rezdora», coniugando la massima secondo la quale un tempo non si buttava niente (specie in campagna), con l’intento di proteggere il proprio orto dalle incursioni di passeri, gazze e merli, aguzzando la fantasia e mettendo in campo tanta manualità, ideava lo «spaventapasseri, un tempo terrore degli uccelli impertinenti in cerca di sementi o tenera insalata ed ora relegato definitivamente in soffitta tra le cose vecchie, poiché neppure in grado di spaventare i moscerini. Solitamente lo spaventapasseri era costruito attorno ad una intelaiatura di rami di salice i quali venivano a loro volta modellati con paglia e fieno al fine di ricavarne braccia, busto e braccia. Una volta «modellato», il pu- pazzo veniva vestito con abiti di recupero che il «rezdor» aveva ormai scartato: un paio di logore bragacce, una giacca con i gomiti sfilacciati, un capellaccio con diversi buchi creati dall’usura. Una volta issato in mezzo all’orto , lo spaventapasseri, dall’inizio della primavera fino ad autunno inoltrato, respirava le prime fragranze dell’orto, era circondato da leggiadri voli di farfalle, godeva della frescura dell’annaffiatura serale, veniva sferzato dal vento marzaiolo, si nutriva di rugiada, si arroventava ai raggi del solleone, si rinfrescava con gli acquazzoni dei temporali, veniva arabescato dai colori dell’iride dell’arcobaleno, mentre le lumache si inerpicavano a fatica sulle sue braccia. Era comodo bersaglio di raffiche di grandine, invece, nella pace della notte, veniva accarezzato dai raggi della luna o lambito dalle lucciole che gli danzavano intorno, mentre rane e grilli gli dedicavano le loro monotone serenate. Lo spaventapasseri, figura mitica e magica di un mondo che non è più, era il tenero amico degli animali dell’aia che in quel personaggio avevano trovato un amico come le galline, alcune delle quali andavano addirittura a covare ai suoi piedi, era il complice testimone dei fugaci incontri amorosi di quei giovani che alla sera, dopo le veglie, attendevano che i vecchi andas- sero a letto per poi incontrarsi clandestinamente proprio dietro l’orto. Era l’ombra critica del «rezdor» che, con il favore delle tenebre e di nascosto dalla moglie, rientrava a casa un po’ brillo dopo una serata trascorsa all’osteria, mentre al mattino di buon’ora dava il buongiorno al vaccaro che, ancora assonnato, si recava nella stalla. Era il compare del gatto di casa che non esitava a strusciarsi attorno ai suoi piedi, come pure era l’amico dei bambini che in quel pupazzo intravedevano un simpatico gioco da guardare da lontano , ma da non toccare, pena i rimbrotti della mamma o della nonna. Non tutti gli uccelli, però, avevano paura del loro «nemico». Alcuni gli giravano lontano per il fatto che le sue fattezze non erano delle più rassicuranti, mentre altri più smaliziati, addirittura si appollaiavano sul suo cappello o sulle sue spalle creando un po’ di scoramento nella «rezdora» la quale provvedeva a cacciare via gli intrusi a colpi di scopa con l’intento di salvare piselli e insalata novella. Quando arrivava l’inverno e l’orto era intirizzito dal- la «galabruza», lo spaventapasseri rimaneva imperterrito a guardia della necropoli composta da qualche verza e da mucchi di foglie fradice di umidità. Le prime abbondanti nevicate lo tramutavano in un pupazzo di neve per la gioia dei bambini che lo rimodellavano a loro piacimento danzandogli attorno, mentre le briciole di pane dei loro panini si impastavano nelle neve fresca. Al mattino seguente, pattuglie di passeri, circondando il pupazzo di neve, asportavano quelle briciole che per loro avrebbero rappresentato un ottimo pranzo. Una sorta di rivincita invernale degli uccelli sul «guardiano dell’orto» che era andato in letargo in attesa di risvegliarsi e rimontare di guardia con l’arrivo dei tiepidi raggi di sole primaverile che avrebbero salutato le prime semine.

L. S.