Il «vero» don camillo

 

 

 

Nella filmografia guareschiana, restano in secondo piano le interpretazioni
del «pretone» di Moschin e Terence Hill
E la pellicola «Il decimo clandestino» della Wertmüller è quasi dimenticata

IL «VERO» DON CAMILLO È SOLO FERNANDEL

Quarantacinque anni or sono, ovvero nel 1972, veniva dato il primo giro di manovella al film «Don Camillo e i giovani d’oggi», tratto dagli ultimi racconti della serie «Mondo piccolo», scritti da Giovannino Guareschi sul settimanale «Oggi» a partire dal 1966. Interrotto forzosamente nel 1971 il primo tentativo, con Fernandel (che si ammalò gravemente durante le riprese) e Gino Cervi, per la regia di Christian Jacques e con il titolo francesizzante «Don Camillo et les contestataires», il lungometraggio veniva ripreso dalla produzione l’anno successivo: con Gastone Moschin nei panni del pretone e Lionel Stander in quelli del grosso sindaco della Bassa. Si riprende a girare, stavolta a San Secondo, nel cuore della Bassa parmense, dove Guareschi avrebbe voluto fosse ambientato già il primo «Don Camillo» e dunque, pur se postuma, arriva anche per Giovannino la «nemesi geografica» evocata da Peppone. Il successo del film, però, non è quello sperato, benché gli interpreti siano di tutto rispetto e la trama rispetti, stavolta per davvero, i racconti guareschiani. Evidentemente il paragone con Fernandel e Gino Cervi sarebbe impietoso per chiunque. Lo sarà, in modo ancor più evidente, per Terence Hill, interprete di uno sfortunatissimo sequel, troppo lontano dallo spirito di Mondo piccolo. Arriva la fine degli anni ’80 ed è Lina Wertmüller a dirigere l’ultimo lungometraggio in ordine di tempo tratto da un racconto di Guareschi: «Il decimo clandestino», con la bravissima Piera degli Esposti, protagonista assieme ad una splendida Dominique Sanda.

Un film commovente quanto il racconto di Giovannino, ma destinato a ben poca notorietà, pensato per la televisione e presentato anche al Festival di Monaco, il film, causa disaccordi fra regista e casa di produzione, praticamente rimarrà sconosciuto, pur se recentemente rivalutato. Sembra paradossale, ma nella filmografia guareschiana, il grande successo è appannaggio dei film che videro Giovannino opporsi fieramente alla loro realizzazione, mentre quelli che sono stati sceneggiati e girati con grande aderenza ai racconti dello scrittore, hanno avuto vita breve, o assai scarso successo. Insomma, forse aveva ragione Michele Serra, direttore del Radiocorriere TV quando scriveva, nel 1961, ad Alessandro Minardi: «Ho visto iersera il Don Camillo Monsignore. Effettivamente il film è mediocre e credo che il successo di pubblico si debba prevalentemente alla notorietà dei personaggi È chiaro che Guareschi ha il diritto di protestare per tutte le inadempienze al suo contratto. Ha anche il diritto, senz’altro, di diffondere la precisazione che il film realizzato non tiene conto del soggetto originale. Guareschi deve inoltre rendersi conto che Peppone e Don Camillo sono diventati due personaggi, come due maschere, e vivono ormai di vita propria: sono due figli diventati maggiorenni e hanno lasciato la casa paterna. Sono diventati come Pulcinella o Arlecchino. Guareschi può essere soddisfatto di questo risultato, ma non riuscirà più a imporre le proprie idee né a Peppone né a Don Camillo. Guareschi potrebbe poi pubblicare in volume i capitoli del racconto nella stesura autentica. Il volume avrebbe successo indipendentemente dal successo del film che è ormai un fatto compiuto. (…) mi sembra però che Guareschi si inganni nel ritenere che il pubblico confonda tra film e soggetto. Il pubblico sa benissimo che sceneggiatori e registi rielaborano sempre con estrema libertà gli spunti dei film. Si tratti di Tolstoj o di Hemingway, una cosa è il romanzo e una cosa è il film. Di solito, nei film rimangono solo il titolo e una traccia della vicenda».

Ad ulteriore conferma di quanto si diceva, difficilmente il film con Moschin e Stander viene riproposto nei cicli in Tv e, ancor più difficilmente, rivediamo quello di e con Terence Hill. Evidentemente, non solo Michele Serra aveva pienamente ragione, ma, visto il successo che ogni anno (anche questo 2017) continuano a riscuotere i film con Fernandel e Gino Cervi, l’equivoco continua, come direbbe Giovannino. Il che è bello e istruttivo.

E.B.