Riti pasquali

 

 

 

 

Per tutta la Quaresima si osservavano regole di astinenza alimentare.
Ma durante la Settimana santa le «rezdore» preparavano le loro prelibatezze

Riti pasquali nell’anima del popolo

Fino agli anni Sessanta processioni, pratiche di benedizione e tradizioni
erano diffusissime tra la gente

Il tempo di Pasqua iniziava all’indomani del «Giovedì Grasso» con la Quaresima. Quaranta giorni di magro e, la cucina dei nostri nonni, non certamente «brillante» anche negli altri giorni dell’anno a causa delle precarie condizioni economiche, diventava ancor più povera. In certe case, la Quaresima, quasi ogni giorno, portava in tavola la polenta. La «rezdora» la tagliava a fette e i commensali strofinavano quegli spicchi gialli su una saracca affumicata legata al lampadario della cucina in modo che tutti potessero assaporare una parvenza di gusto. Siccome la primavera regalava anche tante asprelle, i campi erano presi di mira dalle donne che facevano incetta di queste foglioline che occhieggiavano tra le ultime chiazze di neve. Invece di condirle con il lardo bollente ed una lacrima di aceto, venivano bollite e consumate insieme a qualche «óv dùr» poiché, in primavera, le galline sono più prodighe di uova. Il menù della Quaresima era di per sé molto austero se poi ci si metteva anche la carestia, allora, erano guai seri.

 Nel 1794, come riporta Enrico Dall’olio nelle sue «Tradizioni Parmigiane» un documento dei calmieranti parmigiani denuncia quanto segue. «L’olio d’ulivo primo oggetto per l’osservanza del quaresimale digiuno pagasi ad un prezzo superiore ad ogni altro anno coll’apparenza di un sicuro aumento. Li pesci salati oltrepassano di un terzo il valore di dieci, dodici anni fa oltre l’essere questo, per la maggior parte, di una qualità piuttosto nociva alla salute. Li pesci poi di mare e di acqua dolce sono ad un prezzo sensibile e in poca quantità relativamente al numero dei compratori e talvolta mancano alla Piazza per il lungo e disastroso viaggio non meno che per le eventuali intemperie delle stagioni. Agli oggetti, o generi necessari per l’osservanza del rigoroso quaresimale digiuno, s’aggiunge la totale scarsezza per la restrizione delle ova e latticini, vale a dire la mancanza dè primi ed il valore eccessivo dè butirri che derivano fuori Stato e che sono anche scarsi per mesi». La domenica che precede la Pasqua, denominata «delle Palme», oltre rievocare l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, significa nello stesso tempo il cammino di Gesù insieme al suo popolo verso la Croce. «Il sagrista del Duomo annota Dall’Olio – nella notte della Domenica degli Ulivi doveva alzarsi ante diem ossia tre ore prima del sorgere del sole per suonare per circa mezz’ora l’Ugolina fatta fondere nel 1365 da Ugolino Rossi, Vescovo di Parma (1323 – 1379). Una campana che, tra l’altro, si poteva suonare solamente con il permesso del Capitolo della Cattedrale in occasione della morte di cittadini notabili».

L’ulivo che veniva portato nelle chiese della nostra città, negli anni sessanta, solitamente proveniva dalla vicina Lunigiana. Infatti, qualche giorno prima della festività, davanti alle chiese, si potevano notare autocarri carichi di rami di ulivo che venivano scaricati sul sagrato. Dopo avere ricevuto il loro compenso, i «toschi», si congedavano dal sagrestano dopo avere ammorbidito la gola con alcuni bicchieri di vino buono. L’«ufficio delle tenebre» contemplava i riti del Giovedì, Venerdì e Sabato Santo. Venivano legate le campane e, al loro posto, entravano in funzione la «zgrizla» (Val Parma), «raganella» (Val Taro) «sigula», «racula» «cornetta» (Val Ceno), «ringolèn» o «ringolón» (nella bassa). Si trattava di uno strumento ligneo composto da una ruota dentata sul manico contro il quale girava a contrasto una sottile assicella producendo un caratteristico rumore simile al gracidare delle rane.

Il Giovedì Santo era prevista la visita ai sepolcri. E, se nelle chiese cittadine abbondavano, per ornamento, i vasi di veccia fatta imbiancare al buio, solitamente in cantina, nelle chiese di montagna, dove i campi erano ancora privi di fiori, i sepolcri erano addobbati con fiori di carta posizionati su un cespuglio di ginepro. Per il Venerdì Santo, la processione con il Cristo Morto, si svolgeva in tutti i paesi. Dopo il silenzio dei sacri bronzi, le campane venivano sciolte il Sabato Santo. Tale annunzio veniva atteso nelle case con ansia perpetuando un rito popolare tramandato da secoli, ossia l’inginocchiarsi e baciare la terra dicendo: «äd téra a son, äd tera a vój dvintär, trejj vòlti la tera a vój bazär». In occasione del Sabato Santo la tradizione voleva che anche l’acqua diventasse automaticamente santa per cui era doveroso lavarsi gli occhi, bagnarsi la testa in un ruscello e fare il segno di croce (Val Parma). In Val Taro e in Val Ceno si lavavano il viso alla fontana, si abbeveravano in un ruscello dicendo «acua curìa tutt’i mäl la porta via». L’acqua del Sabato Santo, prelevata in chiesa dopo la cerimonia, veniva conservata nelle famiglie per benedire gli ammalati e per fare il segno di croce prima di coricarsi «Acqua santa che mi bagna, Gesù Cristo m’accompagna giorno e notte fino al tempo della morte» (Val d’En za). Sempre in occasione del Sabato Santo erano diffuse altre tradizioni. Infatti i bambini che tardavano a camminare venivano portati in chiesa durante la benedizione dell’acqua battesimale. I cacciatori (Mulazzano) si radunavano sul sagrato della chiesa accompagnando il suono delle campane con gli spari dei loro fucili. Nelle case il tempo pasquale lo si avvertiva in anticipo con le famose «pulizie di Pasqua». Nella Settimana Santa la radio rimaneva spenta, nelle case dei più devoti venivano coperti gli specchi da drappi viola, mentre le anziane preparavano i lumini da accendere sui davanzali per il passaggio della processione col Cristo Morto del Venerdì Santo. Ovviamente le «rezdóre», oltre alle preghiere in casa, pensavano anche a quelle da recitare in cucina per il pranzo di Pasqua e Pasquetta. Ritornavano, allora, alla ribalta gli anolini in brodo di manzo e gallina e, come secondi, entravano in scena i tradizionali lessi tra i quali non poteva certo mancare una ruspante e prosperosa gallina che sostituiva il cappone molto più utilizzato per il pranzo natalizio. Con i lessi non poteva mancare al «pjén» che, una volta preparato con pane, formaggio, uovo, prezzemolo e una spolverata di noce moscata, veniva fatto galleggiare come un sommergibile nel brodo. Mentre numerose «rezdóre» usavano confezionare anche la «picaja», ossia la cima ripiena bollita che, data l’abbondanza di uova stagionali, prevedeva un ripieno straordinario dove il «parmigiano» giocava un ruolo rilevantissimo come pure quelle uova freschissime che conferivano all’impasto un bel giallo polenta. E non finiva qui. Gli arrosti erano di agnello o capretto (in collina e in montagna) mentre in città e nel contado si optava per il coniglio o il galletto in padella con contorno di patate, rigorosamente tagliate a spicchi e fritte «in-tal dolégh» (strutto). Come dolce, le nostre «rezdóre» non avevano dubbi e, per Pasqua, mettevano in tavola la ciambella («bosilàn») che tradizionalmente veniva intinta nel vino bianco come auspicio di fortuna e salute. A «pasquetta» c’era invece il rito di fare una scampagnata «fuori porta». Si approfittava proprio di questa ricorrenza per «andär a parént», stare un po’all’aria aperta per uno spuntino e «par catär su il vjóli inti fòs». Tempo di Pasqua, tempo di uova fresche. E, allora, la prima emozione che provava la «rezdóra», era rinvenire, nel pollaio, le uova tra la paglia. Le uova, nel periodo pasquale, venivano fatte benedire dal prete quando passava dalle case per le benedizioni pasquali, venivano dipinte con vari colori dai ragazzi per il gioco dello «scoccino» che si svolgeva, solitamente, la mattina di Pasqua sul sagrato della chiesa. Le uova venivano fatte bollire e, quando erano sode, venivano colorate. Gli sfidanti, dovevano battere l’uovo, l’uno contro quello dell’altro. Il primo, al quale si rompeva il guscio del proprio uovo, era sconfitto. L’«albero di Giuda», al quale la tradizione vuole si sia impiccato l’Iscariota, è una pianta i cui fiori sbocciano proprio in occasione della Pasqua. I fiori rosaviolacei fanno capolino prima delle foglie, spesso sui rami più vecchi, ed anche sul tronco.