I gogliardi

 

 

 

LA VITA DA CORRETTORE DI BOZZE ALLA CHIAMATA DI CESARE ZAVATTINI

 Quel «Michelaccio» alla conquista del mondo

È lo scrittore italiano più tradotto nel mondo, ma è anche lo scrittore che più è rimasto intimamente legato al luogo che l’ha visto nascere. Giovannino Guareschi, alfiere della nostra Bassa, a cui ha regalato fama con la saga di «Don Camillo e Peppone», cominciò nel 1928 a correggere le bozze al «Corriere Emiliano», che il giugno di quello stesso anno aveva assorbito la «Gazzetta di Parma».

Da lì al 1931 diventò aiuto cronista con una collaborazione fissa. Passò poi cronista e infine capo cronista occupandosi di articoli, cronaca, corsivetti, novelle, rubriche e disegni (anche politici). Firmava con lo pseudonimo «Michelaccio» quelli che erano dei veri e propri capolavori di stile, ma nel giugno del 1935 fu licenziato per esubero di personale.
Da lì a pochi mesi cominciò poi la sua avventura milanese, sotto la direzione del grande Cesare Zavattini, che era stato suo istitutore e che lo aveva voluto con sé al «Bertoldo», inizialmente come illustratore. Andando a rispolverare le sue prime prove di scrittore, negli archivi del nostro giornale, non è difficile imbattersi in pezzi la cui lettura assomiglia a una danza:divertente, tenerissima e leggera. «24 ore con i goliardi parmensi a Marina di Massa»,

pubblicato sul Corriere Emiliano il 26 luglio del 1931, è una graziosa perla di racconto: niente fatti di cronaca importanti, ma un piccolo mondo che – con le giuste parole –si presta ad un grande ritratto. Niente di più banale, forse, di un gruppo di vacanzieri in campeggio; eppure ci cattura, Guareschi. Nell’atmosfera di un tempo distante e per certi versi sconosciuto, nella ritualità a tratti estranea di un costume non più nostro, non si sa come, finiamo per riconoscerci. Sono i primi anni Trenta, triste anticamera di un buio storico che fatichi amo ad associare a questo luminoso dipinto di parole, ma a ben guardare sono un po’anche i Cinquanta e i Sessanta. Se scaviamo nei ricordi più recenti delle nostre villeggiature balneari, finiamo per accorgerci che sono un po’anche i Duemila. Lontanissimi ma affini, arriviamo a identificare in alcuni passaggi anche il nostro «disgraziato» presente. «Ma veramente pittoresco è l’accampam e n t o , nell’ora in cui, in città, si fuma la sigaretta dietro i cristalli o sotto la pensilina dei caffè. Tutti questi giovani, sdraiati nelle tende, o radunati attorno alla radio o al grammofono, o urlanti nelle Ioro partite di carte, o affaccendati a ungersi le spalle ustionate dal sole, seminudi, nella solitudine ombrosa della pineta, hanno qualcosa di primitivo, di profondamente strapaesano, e fan pensare come la felicità non sia poi sempre all’altra riva’. Però occorre aver vent’anni». E vent’anni Giovannino li aveva: 23, per l’esattezza. Si stenta a crederlo di fronte a certe delizie di passaggi, ma tant’è. Era all’alba del proprio mattino di scrittore e già si scorgeva quel tratto romantico, capace di restituire il quotidiano sotto una luce brillante e tenera, di straordinaria normalità.

«CORRIERE EMILIANO», 26 LUGLIO 1931

CON I GOLIARDI AL MARE:

LA MAGIA DELLA SEMPLICITA’

 Marina di Massa a dire il vero è una spiaggia sui generis; c’è qui tutta una gente molto seria, che si bagna per dovere, che fa le rituali quattro chiacchiere col vicino d’ombrellone, circospetta e contenuta come fosse in un salotto di molto riguardo. Anche i bambini hanno molto contegno nel fare i castelli di rena e giocano colla sabbia con quella pensosa serietà con cui costruiscono i «modelli» del Meccano. Marina è un po’ la spiaggia del silenzio, ha l’aria di quei vecchi pensionati pieni di dignità in tutte le loro azioni, che non amano la musica e corrugano la fronte alle grida dei ragazzi: Marina non ha «rotonde», non ha che un concertino jazz che raccoglie ogni sera accanto a sé le poche e solite coppie; non sembra possedere grammofoni o radiole; è una spiaggia presa alla lettera, una distesa di sabbia in riva al mare che il medico consiglia per le artriti, che il bilancio familiare consente quale «minimum» adatto a dare alla cute quella tinta abbronzata che il «bon ton» prescrive. Marina sfata la leggenda che le donne andavano al mare con intenti esclusivamente matrimoniali o…extra matrimoniali, perché tutte le donne che ho viste io, se non erano accompagnate da rispettabilissimi mariti, lo erano da numerosi marmocchi di tutte le dimensioni. Se non fossero le quotidiane incursioni dei goliardi parmensi accampati nella pineta di Marina, questa sarebbe la spiaggia più musona del mondo.

I quaranta goliardi partono ogni pomeriggio dal Milanino, dov’è la loro… bore, e portano lungo tutta la spiaggia, coi loro canti e le loro allegre trovate, quella giovinezza che manca ai pacifici villeggianti, che fan la loro siesta di ventiquattr’ore sdraiati nelle confortevoli «chaises longues» sotto gli ombrelloni. Le loro incursioni se nei primi giorni furon guardate con ostile stupore, ora più che tollerate sono attese. Ma lasciamo la spiaggia, che è la solita di tutti i mari, ed entriamo nell’accampamento dove i simpatici quaranta goliardi vivono la vita di tutti i giorni. Non occorre un panorama a volo d’uccello per abbracciare tutto l’accampamento: trenta tende in tre file, disposte di fianco e di fronte all’imponente tenda del comando: davanti a ogni ordine di tende, una rozza tavola con le panche. In una piatta pianura, sarebbe una tremenda, uggiosa malinconia, ma qua, all’ombra degli snelli aerei pini stillanti profumata resina, tra i monti biancheggianti di marmi e il mare infinito, sotto un cielo perennemente limpido e sereno, la cosa e diversa. È in un lembo di Eden che vivono i quaranta goliardi. Le loro tende sono un vasto campionario di ingegnosità, una mostra del buonumore: problemi difficili come la costruzione di un letto, di un attaccapanni, di una «toeletta», di un guardaroba, han dato risultati di insperata genialità. L’accampamento è perfetto; può mettere in cartello la solfa di tutti gli hotels di prim’ordine: «Ogni comfort, acqua corrente, luce elettrica, servizi inappuntabili, prezzi modicissimi». La sveglia la cantano al primo sole le mille cicale annidate sui pini. In pochi istanti la pineta si anima di figure in strani paludamenti, pijamas multicolori, candidi accappatoi, camici e camiciotti. Nell’aria fresca e luminosa del mattino è un improvviso, fragoroso fiorire di canti e risa, di gaie voci giovanili: comincia la allegra, laboriosa giornata dei goliardi. Seduti davanti alle tende, si danno gran daffare attorno a scatole di marmellata o a grossi pani, o si affaccendano a farsi belli nella loro prima toeletta che non è eccessivamente lunga né laboriosa e si riduce a una spruzzatura d’acqua al viso, una ravviata ai capelli; l’abito di prescrizione si compendia in un paio di mutandine da bagno. Lasciando da parte il particolare delle mutandine, consiglieremmo Ie signore a imparare da questi giovani un po’di sveltezza nell’abbigliarsi. Alle nove del mattino l’accampamento si spopola: restano gli «uomini di guardia» e gli «attendenti». Sarà bene spiegarci sul fatto di questi ultimi: sono ragazzetti svelti e intelligenti che più per l’onore che per lo stipendio si offrono spontaneamente per mettere in ordine la tenda, rifare il letto, andar a comprare le sigarette; è commovente vedere con quanta scrupolosa prontezza eseguono gli ordini: è un continuo sgambettare di «piccoli uomini di fatica» che spazzano, rastrellano, spolverano. E ogni goliardo ha il suo «attendente», il suo cameriere particolare: «servizi inappuntabili». Nel loro primo esodo i nostri allegri giovani si bagnano e si crogiolano al sole con molto impegno, a scopo esclusivamente di cura. A mezzogiorno, senza bisogno di campana o trombetta, essi sono attorno alle tavole, dove biancheggiano le tovaglie e luccicano le stoviglie. È ben lontana e meschina la figura del cameriere con le code e lo sparato rigido davanti ai due che servono in tavola. Sono giovani abbronzati, scalzi, con le maniche rimboccate sopra muscoli possenti e portano le zuppiere fumanti e odorose sopra una loro strana barella. I convitati sono, tutti seminudi, ancora unti di salsedine e urlano e ridono fragorosi. La brezza frizzante del mare dev’essere un ottimo aperitivo, considerando la rapidità e la scrupolosità con cui i piatti vengono vuotati; la portantina, quando ritorna alle cucine del vicino «Campeggio Dux» che ci forniscono i piatti, non sorregge che il peso preciso delle stoviglie. Non un grammo di più. Ma veramente pittoresco è l’accampamento, nell’ora in cui, in città, si fuma la sigaretta dietro i cristalli o sotto la pensilina dei caffè. Tutti questi giovani, sdraiati nelle tende, o radunati attorno alla radio o al grammofono, o urlanti nelle Ioro partite di carte, o affaccendati a ungersi le spalle ustionate dal sole, seminudi, nella solitudine ombrosa della pineta, hanno qualcosa di primitivo, di profondamente strapaesano, o fan pensare come la felicità non sia poi sempre «all’altra riva». Però occorre aver vent’anni. Le quindici segnano l’ora delle visite: comitive di giovani e signorine vengono a visitare l’accampamento; sono curiosi, guardano sotto le tende con una certa meraviglia, si stupiscono di vedere tanta allegria, tentano qualche ballo sulla rena del suolo, firmano «l’albo d’onore» e se ne vanno accompagnate e salutate da grida non sempre («more goliardico»)… argentine. Il secondo esodo, del pomeriggio, vede la spiaggia di Marina animarsi di canti, di allegri giochi; le abitatrici delle ombre… degli ombrelloni hanno ora una compagnia meno insipida della solita: i goliardi (sempre nei limiti dovuti) non rispettano la «proprietà riservata» e questo nei primi giorni dette un po’fastidio a chi poteva avanzare comunque diritti di precedenza. Ora però l’armonia è perfetta. La sera, dopo cena, l’accampamento è un fermento. Ognuno davanti al suo «budoir» (uno specchietto che pende da un chiodo piantato in un pino) si fa «bellissimo»; di sotto le tende, pare impossibile, sbucano candidi calzoni, scarpette, pullovers immacolati; la schiera rumorosa va al paese col «capitano in testa: il «capitano» è Ermanno Paci, il fiduciario del G.U.F., l’ideatore e l’organizzatore del campeggio, che per la sua autorità ed energia s’è guadagnato dai goliardi, oltre a una incondizionata stima, anche il battagliero appellativo. I goliardi vanno a dar vita e allegria al dancing che langue. Prima d’entrare, perciò, litigano per principio sul prezzo del biglietto. I camerieri li guardarono la prima sera di malocchio e brontolarono, ma la vendetta fu «allegra». Dopo aver occupati per lungo tempo tutti i tavolini e le sedie disponibili, i goliardi, uniti in ordinata fila, quasi ad un tacito ordine escono, in fila indiana, e quando rientrano, seri e contegnosi, ciascuno ha in mano, bene in vista un gelato da pochi soldi, acquistato a un carrettino. Occupati di nuovo i posti, il gelato viene in religioso silenzio sorbito. Il gesto fu apprezzato in tutto il suo valore; risero dame e cavalieri; il cameriere «comprese il latino». Di notte, al campo, quando il capitano dorme, sotto qualche tenda «si fa salotto»; non c’è complicato cerimoniale, non circolano chicchere di porcellana. Qualche fiaschetto di Vin di Candia perde le sue intime dolcezze; dopo, nella tenda, il pagliericcio sembra piuma, il rumore della risacca musica lieve e il sonno una dolcissima cosa.

(GIOVANNINO GUARESCHI)