Quel genio di Verdi

 

 

 

 

QUEL GENIO DI GIUSEPPE VERDI
A PARMA LA SUA ROCCAFORTE

In quella enorme zanzariera che è la Valle del Po fra Parma e Mantova

doveva nascere il genio di Giuseppe Verdi e Parma diventare la roccaforte dei verdiani. Da quelle terre arate e grasse tu vedi le torri ed i monumenti e le mura di questa antica capitale dove ebbe sede anche la corte di Maria Luisa d’Austria, moglie del grande Imperatore.
Per toccare il fondo dell’anima di Verdi non nuoce l’aver vissuto a lungo là dentro quarant’anni fa, fra un popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale.

Quella era l’epoca delle sedizioni fulminee, dei grossi adulteri, dei preti e dei mangiapreti, l’epoca del gaz, dei ladri di gatti e dei lampioni che vanno con l’asta dell’«Ave Maria» fuligginosa e accendono dei lampioni rotti. La plebe porta il tabarro alla spagnuola, il cappelluccio calcato sugli occhi, e sputa fuori dei denti con tracotanza, parlando a grumi quel dialetto mescolato e gagliardo che ancora dura. Il cosiddetto vino della bassa, mistura schiumosa e spropositata, che faceva «bum» nello stomaco, dava fuoco ai loro discorsi e aggiungeva riformatori del genere umano.

Parma chiudeva entro i suoi bastioni umidi un dedalo di straducole, porticati, tane e borghetti carichi di passione, di violenza e di generosità. Covi di anarchici e di bombardieri «ratès», le sue osterie erano sempre piene di vociferazioni e di santi. Quando vedevi sbucar fuori dal buio delle porte certe losche, scarne e spiritate figure di popolani, dagli occhi assonnati e biechi, facevi presto ad accorgerti che in quel clima infuriava ancora il microbo dell’ottantanove.
Immersa nel fiato torbido dei suoi cieli di novembre questa città logora e illustre rassomigliava molto ad un quartiere del vecchio Parigi. Anche sulla sua piazza della Rocchetta avrebbe potuto figurare il palco della prima ghigliottina. Popolo turbolento e terribile, popolo che disprezza il villano, odia lo sbirro e massacra la spia, dove la trova, quello di Parma. Tutta la città era un teatro continuo: contumelie, gazzarre e tumulti finivano la giornata di questi cittadini pericolosi e fierissimi. Quante volte non abbiamo veduto scoppiare da un nonnulla la ribellione; torme di gente rabbiosa accorrere e far botte e legnate volare all’aria qualche «keppì» di questurino.
Le cagnare, nella luce verde dell’inverno si trasformavano in sommosse e in un baleno, fra mille urli e sbatacchiamenti di imposte, la situazione diventava grave. Gli arresti, gli strilli forsennati delle donne, le sassate, gli spari, le fughe e gli inseguimenti allargavano il campo della lotta che si protraeva poi nell’oscurità, circospetta, accanita, feroce e micidiale. O lunghe notti d’ansia passate ad ascoltare il crepitare dei moschetti, il passo di corsa delle pattuglie di rinforzo, le cariche dei cavalleggeri, le maledizioni strazianti dei caduti, e l’acciottolio delle barricate distrutte. All’agitazione tragica e sospesa di quelle tenebre facevano allora riscontro
nostro conservatorio iniziò gli studi musicali, che poi continuò, dal 1901, a Monaco di Baviera, diplomandosi in composizione nel 1903.
Di nuovo in Italia, trentenne, compose un’opera in tre atti, «Medusa», e a distanza di pochi anni «Emiral», uno dei suoi temi più riusciti; sempre in quegli anni si avvicinò al giornalismo e alla letteratura, mai legandosi a una redazione e senza mai concentrare i propri sforzi in una sola direzione: girovago della penna, inviò corrispondenzedi guerraal Corrieredella Sera e al Resto del Carlino, fondò a Roma, dove si era intanto trasferito, la rivista La Ronda, collaborò per un paio d’anni con il settimanale Oggi. In fondo, lo diceva lui stesso che «l’arte dev’essere creazione e ricreazione incessante».
«Piantava in asso direttori e redazioni per settimane senza dar traccia di sé pensate, gli spari, le fughe e gli inseguimenti allargavano il campo della lotta che si protraeva poi nell’oscurità, circospetta, accanita, feroce e micidiale. O lunghe notti d’ansia passate ad ascoltare il crepitare dei moschetti, il tre probabilmente stava perdendo qualche valigia in giro fra un albergo e un treno» scriveva pochi anni fa, di lui, il critico Giuseppe Martini. Nel suo vagare tra fogli e colonne, passò anche dalla Gazzetta di Parma, il giornale della sua città – senza mai lavorarvi stabilmente – e scrisse pezzi come «La roccaforte di Verdi» (che poi finirà nel libro «Il paese del melodramma»), rendendo conto della sua grande passione per il melodramma classico italiano e, soprattutto, per quello di Giuseppe Verdi. Fu scrittore, soprattutto, Barilli. Benedetto da un estatico talento, le sue pagine sono distillati di stile arricchiti di mirabile semplicità: assomigliano a certi spartiti ordinati, capaci di tradursi d’improvviso in musiche irrequiete e bizzarre; un contrasto, come discordante era quella sua immagine un po’ altèra – i lineamenti pronunciati e lo sguardo tagliente – ammorbidita dalla passo di corsa delle pattuglie di rinforzo, le cariche dei cavalleggeri, le maledizioni strazianti dei caduti, e l’acciottolio delle barricate distrutte. All’agitazione tragica e sospesa di quelle tenebre facevano allora riscontro,
come uno specchio calmo, i lucori silenziosi e sepolti di qualche palazzo, le vampe dei forni del pane, la fabbrica infuocata del vetro e le finestre dell’interminabile ospedale che duravano accese fino all’alba, quando coi nervi distesi udivi finalmente morire sotto la neve alta i gridi dello spazzacamino. Poiché l’afa d’agosto di spinge fuori, usciamo un poco dalle mura di questa città, fin troppo continentale. Incontro ci viene l’odore del fieno e il fiato briaco e pesante della canapa messa a macerare. Il breve orizzonte si stende dinanzi a noi regolare monotono e triste. Verdi nacque qui né si volle più muovere da questi luoghi. Il suo respiro fu tutt’uno con l’aria carica e violenta di questa pianura lavorava a fondo dai più gremi contadini. Ostinatamente rivolto verso il passato, Verdi si lasciava folgorare le spalle dal sole: grande figura adusta che rimane lungamente ferma sul tramontare del secolo scorso. Non si ha un’idea del suo ordine, dell’atavica semplicità di quest’uomo, della sua profonda fatica. Se gli avessero portato per le briglie Pegaso, il cavallo dalle ali, egli lo avrebbe attaccato ad un aratro, o a un carrettino rurale. Voleva la terra sotto i suoi piedi, tetragono e feroce come il toro nel buio della stalla, e il suo occhio vedeva nell’ombra la scintilla e le vampe. Il sapere che quando l’arte progredisce troppo rapidamente è segno che precipita, che dall’avventurismo sperimentale non si avranno che regole sul capo non lo trattenne dal fare sul tardi quel che i critici chiamano con ammirazione «seguire i tempi». Ma i tempi un artista li precede o li ripudia; per concludere, egli che, dopo la prova, amava ancora su ogni altra opera sua il «Trovatore», lasciò detto torniamo all’antico. Alto e visibile da tutti i punti della terra, come un enorme stregone di campagna, Verdi, quasi alle porte di Parma sembrava incombere tra il fumo dei comignoli sulla città faziosa. La sua voce querula e tellurica scoppia, stacca e fa cedere uno dell’altro i colpi di scena del suo teatro e nel taglio improvviso di quei blocchi accatastati brulica un prestigio luminoso. Allora tu vedi là entro come in un incubo brillante affondare e risorgere gli aspetti sordidi, il fasto rugginoso, le tinte, i riflessi e l’architettura di quest’antica capitale. Verdi fa come il macchinista della luce che conosce l’arte di rubare gli effetti ai vecchi teloni del melodramma.

BRUNO BARILLI
14 LUGLIO 1926