Gli articoli di «Michelaccio»


 

 

 

DALL’ARCHIVIO NEGLI ANNI TRENTA
GLI ARTICOLI FIRMATI «NINO GUARESCHI» O «MICHELACCIO»

ALLA RISCOPERTA DEI NOSTRI FUORICLASSE

L’inchiostro che veste queste stesse colonne, quello che oggi ribolle inquieto alla rincorsa di una sempre maggiore frenesia digitale, ha nei secoli tradotto su carta veri e propri gioielli di prosa. Sono tante, e fan venire voglia di tornare a sporcarsi le dita, le grandi firme del giornalismo italiano che sono passate dalla «Gazzetta di Parma», lasciando negli archivi tesori intramontabili che andare a liberare dalla polvere è, di tanto in tanto, balsamico e doveroso. Comincia da Giovannino Guareschi questo viaggio alla scoperta delle grandi penne del nostro giornale: lo scrittore di Fontanelle arrivò alla Gazzetta (che allora si chiamava «Corriere Emiliano») a cavallo degli anni Trenta, grazie a Cesare Zavattini. Fulminea fu la carriera, anche per il tempo: in pochi anni da correttore di bozze divenne capo cronista. A quell’età, poco più che ventenne, il viso era ancora libero dai baffoni senza i quali fatichiamo ad immaginarcelo, ma la penna era già agile e romantica da lasciar senza fiato. Non serve poi lanciarsi in una ricerca matta e disperatissima per pescare tra le raccolte di articoli firmati Nino Guareschi (o Michelaccio) perle da collezione. Anni non di sola cronaca, quei primi Trenta, ma anche di apprezzabili disegni e incisioni su legno e linoleum. Semplice nei tratti come diretto nel messaggio, con diversi linguaggi era in grado di raccontare storie in cui riconoscersi, così profondamente legate alla nostra terra che non bastano 80 anni ad allontanarle da noi. Così, il racconto di piazza Garibaldi avvolta nel silenzio della notte è a noi più che mai famigliare e vicino, anche se i «bestioni»che la popolano di cui ci racconta Guareschi non possiamo certo ricordarli. Tuttavia l’atmosfera che accompagna queste righe inevitabilmente ci strappa un sospiro e ci delizia: perché quando le saracinesche di caffè e botteghesi abbassano e solo resta a vegliare la sterminata distesa di poltrone e di tavolini, con la scolta di gente varia e inclassificabile, il bar aperto tutta la notte, Piazza Garibaldi assume un aspetto nuovo. È quella la stessa patina di nostalgica e rassegnata serenità che avvolge il cuore di chi si trova testimone – anche oggi –della fine di un giorno. Per qualche secondo il silenzio e la calma mandano a dormire la frenesia delle ore precedenti e restituiscono la primitiva pace anche al più caotico dei luoghi. In realtà, dietro tanta poesia, si nasconde la necessità del giornalista di restituire un reale disagio: quello che vivono i residenti delle centralissime vie per il transito affannato degli autotreni la sera. «Spettacolo d’ogni notte, ohimè, perché ogni medaglia ha il suo rovescio e non si vive solo di colore». Che dire, poi, dellacura linguistica con cui le parole galleggiano sul foglio, nel raccontare il cambio di secolo che si attarda in provincia, con cui «Michelaccio» tratteggia «La città nuova» (il 19 luglio 1934). Si scorge un velo di malinconico rimpianto che, ammettiamolo, ci ricorda qualcosa. La sentiamo in bocca ai nostri saggi da sempre, e a dire il vero sempre più spesso anche i «quasi giovani» amano appropriarsene e sventolarla come fosse un vessillo di comprovata esperienza di vita; quel tanto che basta da ricordare «come si stava meglio quando…», o «com’era tutto più normale senza…». Poco importa se ci si duole delle candele «che hanno ucciso il chiaro di luna anche negli angoli remoti» o degli schermi perennemente illuminati di assai meno poetici dispositivi; oggi come allora ci si lagna del tempo che corre e che, beffardo, non ci lascia il tempo di fissare a dovere il ricordo. Grazie al cielo c’è ancora la carta, da cui soffiar via la polvere, negli archivi.

Margherita Portelli

GUARESCHI: Rileggiamo le grandi firme della Gazzetta
CORRIERE EMILIANO, 19 LUGLIO 1934

ADDIO AL «GIALLO PARMA»
E LA CITTÀ CAMBIÒ VOLTO

L’intonaco terranova, il cemento e il trivertino, hanno ucciso il «giallo Parma»: la città ha persa la sua melanconica patina ottocentesca e si è vestita di Novecento. Sono cadute sotto il piccone rinnovatore le case piccole e i borghi stretti e tortuosi: il cuore della provincia, che prima batteva sommesso e composto da buon cuore borghese, ora pulsa con ritmo veloce. Oggi la differenza fra la microscopica città e una tumultuosa metropoli è solo quantitativa. Le lampade a mille candele hanno ucciso il chiaro di luna anche negli angoli remoti ove gli ultimi vezzi di un secolo consunto avevano trovato l’estremo rifugio: il color locale svanisce fra i calcinacci di vecchi muri sgretolati dal piccone e nasce la città nuova, col semaforo, il latte stassanizzato, il telefono automatico, il senso unico e il senso vietato: coi teatri all’aperto, le strade asfaltate, le case ampie e pulite ove il romanticismo muore ma dove la gente vive in letizia d’aria e di sole.

Gli ultimi monumenti ambulanti della vecchia età sono stati gettati con malgarbo nel museo delle cose morte e dimenticate: il cadente furgone postale, che ballonzolava tristemente sulle alte ruote è andato a tener compagnia ai malrabberciati carrettini della spazzatura, e il suo cavalluccio patito ora si gode il meritato riposo dopo le lunghe quotidiane lotte con le mosche e coi tafani. Le lettere marciano oggi a passo di telegramma espresso su quattro agili, saettanti vetturette automobili e i pacchi viaggiano come nell’ovatta, sul maestoso e silenziosissimo furgone ad accumulatori. La spazzatura, in perfetta regola con l’igiene e con l’estetica, può passare oggi a tutti i momenti per le strade più affollate senza neppure esser notata. Da un po’ di tempo a questa parte, anche l’osservatore meno acuto avrà notato, nel suo quotidiano passeggiare lungo le strade di Parma, qualcosa di nuovo o, almeno, di mutato. Il tanto discusso Novecento fa le sue prime apparizioni: mentre in architettura, timidamente, tenta i primi approcci colla Città e i cittadini tenendosi prudentemente e sporadicamente alla periferia, ove meno si trova in contrasto col vecchio stile, nel campo decorativo il Novecento ingrossa di giorno in giorno le file dei suoi iniziati. Un nuovo gusto infatti si affaccia, tra bene e male, da decine di negozi. Risvegliandosi al mattino, la città vede ogni giorno una insegna nuova, una nuova vetrina. Sono i primi tentativi e ancora non ci si sa liberare da certo vecchio orpello che appesantisce. Non si è ancora giunti ad armonizzar bene le tinte vive: i modernissimi metalli e materiali da costruzione sono per ora ridotti al solo «anticorodal». La laccatura, forse per il suo costo, non ha ancora avuto il predominio sugli smalti e le vernici: a ogni modo c’è un nuovo soffio che diventerà presto, naturalmente, col definirsi del gusto, un vento forte che spazzerà i relitti di un tempo oramai passato. Oggi infatti le tradizionali insegne a fondo nero e lettere d’oro ci danno un senso di cose morte, e hanno sempre di più qualcosa di funereo. Notiamo con piacere nei negozianti un vivo desiderio di ammodernare, di sveltire. Gli artisti giovani non son più guardati con indifferenza, ma la loro opera è richiesta e apprezzata. E se tra le nuove insegne e le nuove vetrine hanno la schiacciante maggioranza le cose cattive o mediocri sulle buone, i nostri esercenti sono da lodare incondizionatamente. A mettere a posto le cose, a dare quei ritocchi che son necessari, ci penserà il tempo che è galantuomo e che darà modo anche al Novecento di acquistare un carattere definito e di mettersi perfettamente d’accordo coi nuovi tempi.
Distaccandosi, magari dolorosamente, dai vecchi.

Michelaccio

LA CRONACA AUTOTRENI IN CENTRO DI NOTTE, LE PROTESTE DEGLI ABITANTI

I CAMION TRA I TAVOLINI DELLA PIAZZA

Di giorno e di sera Piazza Garibaldi è press’a poco quella di vent’anni fa. Ci si ritrovano al primo mattino gli strilloni, i fornai; poi i tramvai saltellando ci arrivano quasi ogni quarto d’ora dai quattro punti cardinali; poi gli uomini d’affari e gli sfaccendati. Infine, quando i caffè accendono i loro lampioni rossi e gialli, ci si ritrovano i borghesi che amano godersi la pace e sorbire un gelato, lungi dalla folla policroma e chiacchierona e dalle musiche petulanti di Viale Toschi.

Ma quando i caffè e le botteghe han già chiuse le saracinesche e solo resta a vegliare la sterminata distesa di poltrone e di tavolini, con la scolta di gente varia e inclassificabile, il bar aperto tutta la notte, Piazza Garibaldi assume un aspetto nuovo. Piazza Garibaldi diventa la nuova Stazione di Parma. In essa infatti sostano, giunti da est e da ovest, i possenti autotreni rossi, gialli e verdi, reduci dalle lunghissime crociere sull’asfalto della via Emilia. Scendono, infagottati nelle loro tute blu o chiusi nelle loro lucide giacche di pelle, gli autisti, un po’ assonnati, un po’storditi, tesi i muscoli del viso, e con voce stanca e indifferente chiedono un caffè e latte o un bicchiere di birra. Spettacolo d’ogni notte, gli alti autotreni sostano e incrociano nella Piazza, e abbassano per un istante le palpebre sui grandi occhi che s’aprono rotondi e fiammeggianti sul muso largo e piatto dei motori, protesi in avanti come in uno sforzo possente. Spettacolo d’ogni notte, ohimè, perché ogni medaglia ha il suo rovescio e non si vive solo di colore.
Gli autotreni infatti prima di giungere alla “stazione” debbono percorrere, se vengono da ovest, Via d’Azeglio e Via Mazzini, se da est, Via Vittorio Emanuele: e prima di sostare silenziosi nella Piazza, rannicchiati sulle grandi ruote, come grossi bestioni che s’accovacciano sulle zampe e posano il lungo muso stanco per terra, camminano e ansano con tutto il fiato dei loro HP e fanno nascere nei muri delle case tremiti profondi e svegliano col loro strepito la gente che dorme.
E la gente manda al diavolo gli alti autotreni rossi, gialli e blu: rabbiosamente e giustamente perché i grossi convogli dovrebbero transitare solo per i viali della periferia. Bisognerà pensare a far rispettare anche durante la notte i regolamenti stradali: noi quindi ci teniamo tutto il “colore” della nuova Stazione e giriamo a chi di ragione la giusta protesta.

Michelaccio