La festa più festa di tutte


 

 

 

Due racconti dell’inventore di don Camillo e Peppone dedicati al 25 dicembre

GUARESCHI E «LA FESTA PIÙ FESTA DI TUTTE»

L’attualità delle favole «Da Natale…» e «La luce che non si spegne»

Chi, avendo qualche capello bianco non ricorda, avvicinandosi il Natale, l’immagine di Fernandel e Gino Cervi, nei panni di don Camillo e Peppone, che ridipingono le statuine del Presepio in quell’indimenticabile scena del film di Julien Duvivier «Don Camillo»?
Penso siano pochissimi, mentre molti di più saranno senz’altro coloro che, sempre pensando al Natale, non rammentano i tanti racconti che Giovannino Guareschi ha dedicato alla “festa più festa di tutte”.

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Per limitarci solo alla saga di «Mondo piccolo» (dal momento che nelle raccolte dei racconti “di famiglia”, il Natale spesso la fa da padrone), come non ricordare due favole che sarebbero ancor oggi di stringente attualità: «La luce che non si spegne» e «Da Natale…».
A seguito dell’espulsione dal PCI di un deputato causa l’incapacità di conciliare la propria fede cattolica con i dettami del partito, Peppone e lo stato maggiore pensano a quale azione intraprendere per boicottare don Camillo: «Discussero a lungo sulla linea di condotta da tenere e, alla fine, il Lungo, che aveva appena finito il corso di preparazione politica in città, disse: “Mettiamoci subito al lavoro incominciando lo smantellamento della roccaforte sentimentale dei preti.” Poi il Lungo spiegò il suo concetto: “La roccaforte sentimentale dei preti è il Natale. […] A Natale anche i più forti e i più duri cascano nella trappola del sentimento. […] Bisogna reagire e passare al contrattacco! […] Per disintossicare le masse bisogna, prima di tutto, disintossicare noi stessi. Io ho già incominciato.” […] Il Lungo era il custode della Casa del Popolo: abitava con la moglie e col figlio in tre stanzette del primo piano.[…] “Chiunque lo voglia potrà controllare che in casa mia da quest’anno è stato eliminato il Natale” spiegò il Lungo “Tutto dovrà funzionare come gli altri giorni. Se lo volete, anche nelle vostre case sarà la stessa cosa.”».
Così Peppone non legge la letterina del bambino, il Brusco litiga con le donne di casa, tutti si ritrovano alla Casa del Popolo a ora di cena e compiono un’ispezione nelle case dei fedelissimi, per accertarsi che tutti i compagni siano stati convenientemente “denatalizzati.” Al rientro, verso mezzanotte, il Lungo si accorge che nel solaio, c’è una luce intermittente: sale con Peppone e lo Smilzo, scoprendo il proprio figlio che aveva fatto un Presepio clandestino. Il Lungo distrugge il Presepe, ma la luce non si spegne e Peppone se ne va, piuttosto turbato.
Il giorno dopo, subite le rampogne della moglie per la triste vigilia cui aveva costretto la famiglia, Peppone torna alla Casa del Popolo, dove già lo aspetta il Lungo con la corrispondenza: «“Capo” disse il Lungo “questa è molto importante. Ti deve essere sfuggita.” […] “Dopo” borbottò Peppone. “Oggi è Natale.” Il Lungo lo guardò in un certo modo e a Peppone non piacque il fatto di essere guardato a quel modo. Si alzò e piantatosi davanti al Lungo esclamò: “Oggi è Natale: hai capito?”. Il Lungo scosse il capo e poi rispose: “No, non ho capito”. “Adesso te lo spiego” disse a denti stretti Peppone pitturandogli sulla faccia una sberla da esposizione campionaria. […] “Hai capito cosa ho detto?”. “Ho capito” borbottò cupo il Lungo. “Oggi è Natale.” “E adesso vai su in solaio e rimetti a posto quella  roba prima che qualcuno la veda.” Tutto torna a posto, grazie alla coscienza e alla fede di Peppone, cosa che, purtroppo oggi accade di rado, quando a qualcuno viene in mente che il Presepio si possa anche togliere di mezzo o “denatalizzare”, magari levando addirittura Gesù Bambino. Giovannino non la pensava così e non la pensava così nemmeno Peppone: ecco come finisce, nel racconto, la famosa scena della ridipintura delle statuine: «Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anche lui una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondate e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superato-mico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino».

E.B.