Faccia di Milano


 

 

 

Storia della straordinaria maschera di bronzo che, dopo essere rimasta per anni sul camino dello scrittore, ora è sulla sua tomba

Giovannino e la «faccia di Milano»

Ecco come lo scultore Luigi Froni ritrasse il papà di Don Camillo

C’era una volta Giovannino Guareschi ammira il suo ritratto in bronzo detto la «faccia di Milano» mentre gli viene mostrato dall’autore, lo scultore Luigi Froni. ”venuto stamattina un contadino in motocicletta. Dice che ti vuol fare il busto” mi informò Margherita. Che un contadino usasse la motocicletta, niente di strano. Strano che, dopo essere arrivato in motocicletta, il contadino mi volesse fare il busto. “Ti ha detto come si chiama?” “No: è smontato dalla motocicletta, è entrato, ha domandato: ‘C’è quello dei baffi?’. Io gli ho risposto: ‘No’. Allora lui ha detto: ‘Gli dica che lo aspetto. Devo fargli il busto’. Fine. E’ risalito in moto e buona notte.” “Niente altro?” “Niente.” “Com’era vestito?” […] “Un contadino! Margherita, si può sapere da che cosa hai capito che è un contadino?”. Margherita non si scalmanò: “Dalla faccia” rispose con naturalezza. “Aveva la faccia scoperta e allora io ho riconosciuto quel contadino che, cinque o sei anni fa, è venuto una volta a trovarti a Milano e avete continuato fino a sera a parlare di concimi, di poderi, di vitelli, di stalle razionali eccetera. Hai capito chi è? Ebbene, è quel contadino che è venuto oggi a dirti che ti aspetta perché deve farti il busto.Un lampo mi illuminò: “Ho capito chi è. Anche se viaggia in moto vestito da aviatore, non è un contadino. E’ uno scultore: tanto è vero che vuol farmi il busto”.“È un contadino!”affermò Margherita. “Ricordo che, una volta, ti ha scritto e sulla busta c’era l’intestazione col mestiere scritto grosso così.”In fondo Margherita non aveva torto: quello era il periodo in cui lo scultore Froni aveva la carta intestata: Froni – Contadino Fidenza, e parlava esclusivamente di cose attinenti all’agricoltura. “Si vede che ha cambiato ancora mestiere e adesso si è rimesso a fare il suo”conclusi. Poi, siccome oltre a essere un mio vecchio amico, Froni era, com’è Il racconto della domenica Breve storia di un personaggio Gianni Croci II «Perché Concia?» aveva chiesto Simona con una domanda sibillina e curiosa all’amica che le aveva trasmesso nella sua posta elettronica il racconto «La mia amica Concia» pubblicato sulla pagina della cultura nel quotidiano della città. Simona e Concia due amiche sensibili e intelligenti. Per la protagonista, l’autore aveva usato un nome di fantasia, inventato, per glissare l’identità dell’amica (mai usare nomi di conoscenti, consigliava Georges Simenon), che si era trovata stupita l sul giornale e la sorpresa l’aveva prima ammutolita poi la gioia delle parole di Giannino Crocetti aveva preso il sopravvento del suo essere: il cuore batteva forte, il sangue trasmigrava da un organo all’altro con la velocità, lo stile e l’educazione di un valzer viennese. Concia non se l’aspettava. Non aveva fatto nulla diceva lei per meritare la terza pagina; di meritevole aveva al suo attivo la passione per il suo lavoro d’insegnante, la felicità di quando leggeva in classe a voce alta il Petrarca e Leopardi, Montale e Pasolini i narratori contemporanei compreso l’amico Giannino Crocetti. L’altra gioia la provava quando si tuttora, uno dei pochissimi scultori veramente scultori che esistono al mondo, la mattina dopo andai a trovarlo a casa». Inizia così la storia della straordinaria maschera di bronzo che, dopo aver trovato posto sul camino di casa Guareschi, oggi sta sulla tomba di Giovannino, nel piccolo cimitero delle Roncole, la maschera nella quale Luigi Froni, l’originalissimo scultore nato ad Alseno, ma parmigiano d’adozione, voleva ritrarre Guareschi con la «faccia di Milano». Proprio così: all’artista era rimasto impresso il volto di Giovannino, quel giorno a Milano, mentre parlavano di stalle e di vitelli: un volto segnato, non solo dalle notti insonni, ma anche dall’infernale ulcera che, indefessa, accompagnava Guareschi da anni. Così Giovannino, fallito il primo tentativo di ritratto, perché era andato da Froni sbarbato, riposato e fresco di barbiere, iniziò a «[…] a mangiare salame, culatello, roba fritta, peperoni, alici piccanti: insomma tutte le cose che mi piacciono di più e che mi fanno soffrire». Ci volle un bel pezzo, ma finalmente, l’ulcera di Guareschi si svegliò con la ferocia di un leone e lo scrittore partì a razzo per Fidenza. «Arrivai alla casa di Froni, in mezzo ai campi. Mi venne ad aprire e io corsi subito nello studio e mi sedetti sulla panca […]. “Presto!” gridai eccitato. “Ci siamo! Se non ritrovi la faccia di Milano adesso non la ritrovi più! Ho un mal di stomaco che mi fa morire!” “Anch’io” mi rispose Froni con voce cupa.

phototasticcollage-2016-12-13-13-46-18

Se non trovo del bicarbonato non riesco a muovere un dito.” Difficile trovare del bicarbonato alle tre di notte: andammo a cercarlo in macchina e lo trovammo, verso le sei, a Parma. Quando, dopo un’ora, io lo scaricai davanti a casa sua, Froni mi guardò e scosse il capo: “Avevi una faccia magnifica, stanotte. La vera faccia di Milano… E adesso…”. Sospirò: “Giovannino: un vero amico non l’avrebbe preso il bicarbonato. Tu potevi evitare di prenderlo… Serviva solo a me!”. Ma alla fine il ritratto di Guareschi prese forma e Froni scrisse all’amico: «Caro Nino, è nato il Principe (così lo scultore chiamava Guareschi), un Principe sdegnato e ferocissimo. Per ora è soltanto un bozzettino da rielaborare, ma ormai, vacca il sindaco non scappa più!». E a Giovannino piacque quella faccia, tanto da metterla sul camino di casa e salutarla levandosi il cappello. Levo anch’io idealmente il cappello, entrando nello studio del direttore alla Gazzetta dove un altro busto di Guareschi, opera del solito contadino, sta dove lo volle Baldassarre Molossi e, silenziosamente, Guaeschi, opera del solito contadino, sta dove lo volle Baldassarre Molossi e, silenziosamente, saluto “alla Froni”: Ave Principe!*