Verdi e le scappatelle

 

 

 

Le lettere del Maestro Il legame profondo con Francesco Maria Piave: complicità, segreti, buonumore e… insulti amichevoli

Verdi, Venezia
e le scappatelle
con «Sior Toni»

Le avventure del Mago coperte dall’amico fidato
Un soprannome maschile per sviare i sospetti
La Strepponi ironica: «Quello zelo érotique…»

untitled2Verdi. Un caratteraccio, si sa. Despota, sguardo che fulmina e mette in soggezione. Irascibile tiranno, terrore di cantanti, orchestre e impresari. Un ombroso «orso» felice di starsene rintanato in quello scarsamente popoloso deserto che appellano Busseto e Sant’Agata, terra di nebbie, pioggia, inverni ghiacciati ed estati roventi, semine e messi: l’humus padano fertile allo sbocciare delle melodie verdiane, poi fissate sul pentagramma con selve di rapidi «rampini».

Un «paesano delle Roncole», come amava definire se stesso, prescelto dal Dio della musica e del canto: abitato da meraviglie sublimi da cavar fuori e trasporre con durissimo lavoro e sofferenza nella fervorosa solitudine alla quale al solito è condannato il Genio creatore.
Poche persone sono state in grado di far sorridere Giuseppe Verdi, nelle vene del quale il senso dell’umorismo era compresso dal gravame della fatica quotidiana nonché poi impedito dal doloroso fiasco de «Un giorno di regno».
Ma, sul far dei trent’anni, l’«orso» polare incontra un pacioso spirito disgelatore: Francesco Maria Piave, il librettista veneziano capace si sopportare il martirio inflitto dal compositore – continui rifacimenti, rimbrotti, sarcasmi, ordini perentori – e suscitare di quando in quando una benefica corrente di buonumore: ecco che allora l’accigliato Genio scoppia persino in qualche risata prefalstaffiana, conia battute e – come nelle due lettere delle quali pubblichiamo una sintesi – riversa una festosa gragnuola di insulti amichevoli sul pingue poeta, al quale affida anche compiti di messaggero d’amore, custode di segreti in verità facilmente intuibili da parte di Giuseppina Strepponi, donna anzi primadonna di mondo dal passato sentimentalmente assai vissuto.

piave

E’ Venezia il teatro delle avventure verdiane sotto il segno di Venere. Il tutto con la regìa di Francesco Maria complice obbediente e fidato: procuratore d’afrodisiache ostriche, latore di biglietti malandrini, organizzatore di serate con «lionesse» e depositario della passione di Verdi dapprima per un «angiolo», poi per un altro «angelo», indicato a volte nella corrispondenza, con non indecifrabile astuzia cospiratrice, addirittura come «il Sior Toni».
A trecento chilometri di distanza, Giuseppina Strepponi, confinata nella maliconica solitudine della Bassa, capisce, sente, coglie il significato di quell’isolamento che le ha crudelmente imposto il «Mago». Sa bene di che lana va vestito il Piave e quanti ardori femminili susciti il bel Giuseppe delle Roncole divenuto una celebrità. Già ai tempi dell’«Ernani», 1844, «Checco» Piave viene incaricato, il 6 marzo, di portare «il saluto a quel Angiolo che tu sai». L’intesa fra il Genio e il succube sodale si rafforza a ogni occasione. Gli allestimenti di «Attila», «Rigoletto», «Traviata» e «Simon Boccanegra» alla Fenice richiedono giorni e giorni di preparazione, di permanenza in laguna. Giorni intensi le cui fatiche vengono addolcite da sospiri dei sensi e del cuore, indimenticabili per Verdi che rientrato a Busseto ricorda al tramite complice di spedirgli certe missive «a Cremona, ferme in posta», delicati carteggi da tenere al riparo da occhi curiosi.
E al solito l’incombenza amorosa: «Saluta l’Angelo che sai. Addio addio». I callidi compari escogitano poi un loro linguaggio convenzionale, degno di disarmante arguzia fanciullesca, nominando l’innominata al maschile. Lettera di Verdi, da Busseto, il 15 aprile 1851: «Poiché sei tanto buono abbi la compiacenza di consegnare al Sior Toni questa lettera.(…) il sapere che si conserva su quest’affare il più profondo segreto è cosa che mi reca un piacere immenso! Io desidero la continuazione di  questo mistero»: ed ecco subito a seguire l’inconscio maldestro disvelamento della assai poco criptica faccenda: «Dimmi quando la vedi, e come le parli?», scrive il Genio tradito dal soave ricordo di fattezze ben più affascinanti del fantomatico Sior Toni.
Non solo: nel commiato, Verdi raccomanda a Piave di salutare «tutti gli amici»; e farsi portatore di «un bacio alle mie bambine e dille che spero venire presto».
All’inizio del 1853 Peppino è a Venezia per preparare la prima di «Traviata». Giuseppina Strepponi, reclusa a Sant’Agata in un febbraio nevoso e freddo, ha sensazioni e sospetti esatti, immagina le tentazioni, le baldorie del Genio e della sua barbuta guida ai piaceri della laguna, alla notturna frequentazione dei Sior Toni. Mastica amaro, è preda dello sconforto, ma Peppino è il generoso Mago che l’ha redenta dai trascorsi scandalosi, è l’unico vero amore della sua travagliata esistenza.

strepponi

Perciò dissimula lo strazio cospargendo di ironia la prosa dall’elegante tono accusatorio e insieme di rassegnazione assolutoria: «Caro Mago (….) ringrazia il Gran Diavolo (Piave ndr) delle poche righe scrittemi e digli che non ti dimostri la sua amicizia battendo l’acciarino. Capisco ch’egli abbia gran talento e inclinazione (te lo ha provato) per tal mestiere, ma esortalo da parte mia a spiegare il suo zelo érotique con degli amici che lo assomiglino. (….) Addio, ti bacio quel cuore d’angelo, che spero mio per sempre, quanto al resto non giurerei neppure nel momento che scrivo, specialmente con Piave vicino. Addio, addio». L’acciarino che sprizza scintille tentatrici, lo zelo erotico, il resto… Facile immaginare Verdi e Piave ilari compari a caccia di Sior Toni

Peppino scherzoso:
«Mona, t’ammazzo»
Milano, domenica 9 marzo 1845
Domenica, o Martedì o Mercoledì o Giovedì partirò per Venezia, io ti scriverò sempre un giorno prima onde tu sappia positivamente il giorno in cui sarò a Padova. Anzi perché ti arrivi presto la lettera farò ferma in posta e tu caro il mio gatto avrai la compiacenza verso le dodici di fare una corsa alla posta, così ti calerà un po’ quel ventraccio. Io mi fermerò a Padova e se tu non vi sarai sarai un Ludro un porco un gatto un coccodrillo un sorcio: fa’ preparare una buona cena un buon fuoco un buon letto, ed alla mattina alle 8 partiremo per Venezia onde far la prova alle dodici.(…) Hai capito signor Ludro? (…) Guarda che non abbia da bestemmiare perché divento col crescer degli anni sempre più furente. Una volta o l’altra già t’ammazzo. Addio
G. Verdi

Milano, lunedì 9 novembre 1846
Mio bel Mona te la prendi comoda con questo Macbet!…Sappia addumque (sic) mio Signor Mona dei Mona che io non posso più aspettare che a momenti ho finito il primo atto e che non voglio perder tempo per Lui Signor Mona dei Mona Monissimo. Mandami subito il secondo atto e studia subito per il terzo! Hai capito? – In quanto alla prima donna non voglio crucciarmene né tagliarmelo via perciò. Sia anche il Diavolo non m’importa- Se non ne trovo una a modo mio faccio tagliare i coglioni a te Sior Mona e tu farai da Lady Macbeth! Che bella figura! E che effetto faresti! Con una vocina e colla tua grande attitudine al canto! Per Dio che fortuna per te?!!…Va là: tagliali tagliali… fammi un piacere! (…)
G.Verdi

Dieci libretti per il Genio
Veneziano, scrittore, poeta del Teatro La Fenice, Francesco Maria Piave (1810-1876) diventa in breve tempo uno dei librettisti più famosi. Scrive per Pacini, Mercadante, Ricci, Cagnoni, Peri e molti altri compositori. Per Verdi dieci libretti e la revisione dell’Attila (1846), Ernani nel 1844; poi I due Foscari (1844), Macbeth (prima e seconda versione, 1847 e 1865), Il Corsaro (1848), Stiffelio (1850), Rigoletto (1851), Traviata (1853), Simon Boccanegra (1857), Aroldo (1857), Forza del destino (1862). Su raccomandazione di Verdi, nel 1859 viene nominato direttore della messa in scena del Teatro alla Scala. Gravemente malato abbandona ogni attività nel 1867, e trascorre gli ultimi anni di vita paralizzato e in miseria.