Poesia della nostalgia


 

 

GIOVANNINO
POESIA DELLA NOSTALGIA
Guareschi ricordava con affetto i giochi e riti della propria infanzia

Dell’amore sfrenato che Giovannino Guareschi provava per la sua Parma, abbiamo già parlato, più d’una volta. Un amore velato, spesso, di un rimpianto sottile, di una malinconia che si trasformava quasi sempre in sorriso: perché i bei ricordi, quelli della giovinezza, si sa che non muoiono mai e, come diceva Giovannino, li portiamo a spasso con il bambino che rimane, a dispetto dell’anagrafe, nel cuore di ognuno di noi. Correva l’anno 1934 e, il 3 agosto, Guareschi scriveva sul Corriere Emiliano un articolo dal titolo emblematico: «Venditori ambulanti e il mercato». Una sorta di cronaca a ritroso nel tempo, per non dimenticare, come accade esattamente a noi oggi rileggendo queste righe, come eravamo. E non un secolo fa, pochi lustri or sono: «la bombonén’na… il castagnén’ni… Coi vecchi giochi sono scomparsi gli ineffabili rivenditori di gingilli e di dolciumi, attorno ai quali si formavano, a ogni ora, assembramenti di bimbi. C’eran quelli dei palloncini, montanari tutti, con vestiti di fustagno marrone, la camicia di flanella e il cappello nero messo all’alpina, che giravano tenendo appesa ad armacollo una cassetta piena di meravigliose cianfrusaglie: capsule per le rivoltelle, topolini con l’elastico, scatolette di una polvere infernale conosciuta sotto il nome di spurén’na, fialette contenenti un liquido non meno infernale, omini seduti che ad accender loro il sigaro facevan brutte cose, suflén’ni fatte a galletto e infine affarini di cartone con un pezzetto di celluloide su una costola che, a metterli tra il palato e la lingua e a soffiarci dentro, facevano uno stridore deliziosamente insopportabile, e mettevano in bocca un sottile prurito. Dal trespolo si levava alto un grappolo di palloncini rossi e blu che, a forarli con la cerbottana era un piacere ineguagliabile. Altra attrazione era la vecchia con la cesta. Ne girano ancora e  parecchie ma non han niente a che fare con la bombonén’na classica che vendeva la gréga. Quella torta scura, con la crosta dura come il legno spolverata di zucchero, infernale mistura dei rimasugli dei laboratori di pasticceria che a digerirla ci voleva lo stomaco di uno struzzo. Tagliata a pezzi romboidali la gréga era  la regina della cesta e si teneva mezza la bottega mentre alla rinfusa si accatastavano dall’altra parte i scarafàs, la rigolìssja, i mintén, i stracadént». Giovanni-no scriveva in dialetto i nomi dei dolcetti, dei giocattolini. Li scriveva come li pronunciavano i parmigiani giovani e vecchi di allora, in quella lingua che Renzo  Pezzani aveva resa nobile quanto l’italiano, perché, diceva Giovannino: «Il parmigiano è un dialetto aspro, contorto, che, ogni tanto, sa di bassifondi parigini. Renzo Pezzani faceva della poesia con quella roba lì: come uno che trabaltando dei ferri vecchi, cava fuori della musica dolce e sottile». E funziona a meraviglia,  il dialetto parmigiano in queste pagine di cronaca, riesce a dipingere benissimo i personaggi, i colori, i sapori, i profumi di quel «diorama parmigiano» che Guareschi disegna per noi a parole, rendendolo vivo, reale, al punto da essere come tangibile, quasi l’avessimo davanti agli occhi: «C’eran poi quelli della pirla che vendevano in carrettini alti, fatti a bar-chetta, i fichi e gli spicchi d’arancia canditi, infilati in uno stecchino. Ultimi avanzi di codesta ineffabile schiatta di venditori ambulanti rimangono ancor oggi quattro o cinque castagnén’ni col loro fornello per le bruciate e con la loro cassetta dei miracoli contenente il classico assortimento di castagne secche, ca-rùghi, nocciole americane, fichi secchi, caramelle da cinque, torroncini da venti; restano un paio di brostolinari e qualche vecchietta con la cesta. Di venditrici di polenta fritta ne ho contate, in tutto, due. Di venditrici ambulanti di torta fritta ne ho scoperto solo una. I venditori e le venditrici di mele cotte si contan sulle dita: gli unici generi che tengono ancora ab-bastanza bene il mercato sono la pató-n’na, il gelato, il krapfen. Ancora di moda il novissimo acquisto: la banana». Questo ottant’anni or sono. O forse sono solo otto anni fa?*

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E.B.