La noia e il futuro


 

 

 

 

Un testo profetico apparso nel ’50 sul «Candido»:
«Finita una guerra colossale, siamo già nell’anteguerra»

GIOVANNINO, LA NOIA E IL FUTURO DEL MONDO

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«Sentiamo l’inutilità di costruire sul vuoto il nostro avvenire»

Tornare indietro di sessantasei anni e ritrovare l’esatta descrizione del mondo di oggi o, forse, addirittura di domani.
Possibile? Sì, a patto che ci sia di mezzo quel tal Giovannino Guareschi che il «mestieraccio» (come lo chiamava il suo grande amico Indro Montanelli) di giornalista lo infilava dappertutto, anche nei racconti. È il caso di «Il sistema – storie della noia» pubblicato su Candido n° 26 del 1950. La storia è quella di una coppia di sposi, che inizia così: «Pio Felis guardò la moglie, poi le disse con estrema calma: “Minnì, ti odio”. La signora Minnì continuò a leggere e, con voce estremamente pacata, gli rispose: “Anch’io”.» Di qui la ricerca dei due di un modo diverso di vivere, passando attraverso esperienze, finzioni, luoghi i più dispadisparati: riuscendo solo a dimostrare che, presto o tardi, anche abbandonandosi alla fantasia più sfrenata, era sempre la noia a trionfare. Ed ecco come conclude il racconto Giovannino: «La noia è la peste di questi giorni. Ed è sospesa nell’aria, questa noia che è la polvere  delle macerie morali che intristiscono il mondo intero, il mondo sconfitto che va fatalmente avviandosi verso la catastrofe finale. Ciò può sembrare pessimismo ma è rigorosamente esatto perché, dopo migliaia e migliaia di guerre, siamo arrivati al punto che, mentre  fino a un certo tempo fa, dopo una guerra c’era il dopoguerra, adesso, appena finita una guerra colossale, siamo già nell’anteguerra.

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Le guerre, per questo porco mondo han funzionato sempre come iniezioni sedative, ma adesso il mondo è marcio patocco e, nell’aria – anche se non pare – e la si respira: e se oggi tanti bambini si uccidono non è – come dicono i tecnici della psicologia infantile – effetto di cattive letture, ma effetto di questa noia dannata che toglie ad essi l’interesse per la vita. Io non mi metto a girare per le strade facendo il menagramo, a gridare «Duemila e non più duemila»: io dico che, se non interviene il Padreterno e se le cose continuano con questo andazzo, va a finire che il mondo, ridotto alla sola corteccia perché i vermi ne hanno mangiata tutta la polpa, un bel giorno si spacca e buonanotte al secchio. Per salvarsi, bisogna che gli uomini distruggano tutte le diavolerie che hanno creato e prendano a calpestare coi piedi nudi la terra liberata e guardino verso l’alto perché, adesso, il cielo è vicino ma Dio è lontano. I Fioretti di San Francesco oggi sono diventati letteratura, materia di esame nelle scuole e questa è la rovina. La cultura e il progresso hanno ucciso la civiltà, il mondo scintilla, sulla corteccia, di metalli speciali e di vernici alla nitrocellulosa ma ha la polpa piena di vermi. Noi camminiamo sul vuoto e la noia avvelena la nostra aria perché sentiamo l’inutilità di costruire sul vuoto il nostro avvenire.» Pessimista Guareschi? Assolutamente no, anche perché siamo nel 1950, cinque anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e Giovannino ha appena superato, con successo, le elezioni del 1948, evitando di consegnare l’Italia al blocco sovietico, i suoi libri di don Camillo spopolano in mezza Europa e ci si avvia velocemente agli anni del «boom». Guareschi è soltanto un osservatore disincantato, che capisce molto bene quali danni possa provocare l’indirizzo dato dai governi alla società mondiale, dopo un conflitto costato milioni di morti. È il giornalista che guarda cosa sta succedendo, ma è anche il genio che, alla pari di tutti gli altri geni, si rivela profetico: oggi più che mai, tutti temiamo che si avvicini la fine del Mondo. Per fortuna, anche noi possiamo dire, con Giovannino che «questa scadenza è scritta sul libro del destino.» E continuare, comunque, a vivere…

E.B.