Gente della bassa


 

 

 

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Gli episodi della saga di Don Camillo e Peppone
erano spesso ispirati a fatti veri,
come quello di uno strano serpente

GIOVANNINO E LA GENTE DELLA BASSA

A Fontanelle e Roccabianca case e luoghi di tanti suoi personaggi

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Lo abbiamo ripetuto ormai fino alla noia: il Mondo piccolo di Giovannino Guareschi non è in nessun posto: è un puntino nero che si muove in su e in giù lungo la riva destra del Po. Alla fine, però, lo sappiamo benissimo, non solo i luoghi, ma anche i personaggi, arrivano tutti da quel triangolo di terra che è il vero Mondo piccolo di Giovannino e qui, soprattutto a Fontanelle di Roccabianca (paese natale di Giovannino), incontriamo, esclusi don Camillo e Peppone di cui abbiamo riferito a suo tempo, anche gli altri interpreti delle storie doncamilliane: esiste infatti la casa del «Brösch», ovvero Il Brusco; la catapecchia dove viveva il carrettiere «Giaròn», il cui figlio ha fatto lo stesso mestiere e vive tutt’ora a Fontanelle; c’era «Ganassa», l’oste colossale del racconto «Nel paese del melodramma», anch’egli di Fontanelle benché, invece dell’oste, facesse il «maridén», ossia lo scariolante; viveva a Fontanelle pure «Bigiulòn», fabbricante di ocarine che a Mondo piccolo diventa «Il Bigio»; poi il «Crick», pescatore in Stirone e Taro, che nell’omonimo racconto è un camionista irrimediabilmente legato al proprio automezzo di nome «Leopardo»;

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Doardo «Il Lungo», storico frequentatore della piazza; «Amato e la Pinto», prototipi di «Abbondanza e Carestia», lei infermiera, lui reduce ferito in un bombardamento e ricondotto a casa dalla malcapitata compagna mai sposata, ogni giorno, dopo le sbronze che rimediava all’osteria della «Bèla Rosa» che, nel racconto «Paesaggio e Figura», cambia «colore» e diventa la Celestina. Poi in campanaro Sargenti, prototipo del Maguggia di Giovannino e il farmacista «Furmiga», che si chiamerà Bognoni (foruncoli nel dialetto della Bassa) in «Don Camillo e don Chichì».

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Qui occorre spiegarci: se fin qui vi ho detto che, personaggi a parte, il paese di don Camillo non è da nessuna parte sulla carta geografica: debbo informarvi che, in realtà, da qualche parte nella Bassa  parmense il borgo del pretone guareschiano c’è davvero e, nonostante Giovannino non abbia mai dato indicazioni precise sul toponimo del borgo amministrato da Giuseppe Bottazzi, il paese di don Camillo ha un nome: prendiamo, dunque, una delle strade piene di curve di questo piccolo mondo e arriviamo a Busseto, il comune  nel cui territorio Guareschi andò a vivere, tornando alla Bassa da Milano. «Accadde al Borgo Grosso un fatto straordinario. […] Arrivò in piazza una piccola banda di ragazzaglia e tutti avevano il terrore pitturato in faccia e ansimavano per la corsa e per la paura. […] Non si capiva un accidente e Peppone levò un ruggito: “Parli uno solo e gli altri stiano zitti!”. Parlò uno solo e disse che avevano visto un gran serpente. […] Peppone s’incamminò e la cittadinanza lo seguì. Ecco il mucchio di rottami del macello vecchio: Peppone lentamente, impercettibilmente, rallentò la marcia: giunto a venti metri dal mucchio si arrestò di colpo. In cima al mucchio qualcosa di rotondo e di viscido brillava sotto il sole. “Il biscione!” gridarono i ragazzi. […] “Capo!” esclamò Lo Smilzo mostrandogli la doppietta e la cartucciera. Peppone lo raggiunse e, scelte due cartucce, le infilò nello schioppo. […] Il serpentaccio sussultò, ma Peppone, preso dalla forza della disperazione, era oramai scatenato: ricaricò fulmineo e spedì un secondo doppietto. Poi un terzo, poi un quarto. “È finito” annunciò don Camillo. “I pallettoni  l’hanno sbudellato completamente.” Poi, inerpicatosi in cima al mucchio, si chinò sulla spoglia esanime del serpente e, agguantatala, la sollevò ridiscendendo al piano e trascinandosela dietro. La gente arretrò presa da istintivo orrore poi, quando vide che si trattava di un grosso tubo di gomma da autocisterna, sporco di nafta e d’olio lubrificante, la gente fece un passo avanti. Peppone era diventato pallido come un morto. “Vorrei avere tra le mani il delinquente che ha combinato questo scherzo!” gridò».

Questa storia, nonostante Giovannino non citi il nome del «Borgo Grosso», è riferita a Busseto e a dircelo è proprio Guareschi, nella nota che scrive in calce al racconto. «Nota dell’Autore: “… si avverte che esso racconto non ha niente a che vedere con la Nobilissima città di Busseto. Il fatto che “temporibus illis”, a Busseto un cacciatore abbia sparato a un tubo di gomma credendolo un biscione, non significa niente. È una pura e casuale coincidenza».

Sta di fatto che, da quel dì, il motto che serve a canzonare gli abitanti della città verdiana è ancora «Dai la bissa!»…

E. B.