Matita e penna


 

 

 

 

Ecco come Guareschi raccontò la città sulle umoristiche pagine del Bertoldo

Matita e penna per Parma anni ’30

Giovannino Guareschi andò a Milano nel 1936, per iniziare un’avventura che sarebbe durata 25 anni, sino al suo ritorno alla Bassa, alle Roncole nel 1952. Prima del ‘36, però, il papà di Peppone e don Camillo faceva il giornalista in quel di Parma, firmandosi Michelaccio ed era talmente innamorato della nostra città, che persino nelle vignette disegnate per il Bertoldo apparivano, spessissimo, strade, palazzi, piazze parmigianissimi. Parma, naturalmente, era ben diversa dalla città che vediamo oggi: non erano ancora arrivati i bombardieri capaci di demolire qualunque cosa, non era ancora passato il «piccone risanatore» che avrebbe abbattuto il monumento a Verdi, non c’erano ancora isole pedonali, ztl, telecamere e autovelox. Ma Guareschi, molti lo hanno capito (qualcuno con un certo ritardo, però), spesso si rivelava profetico, nei suoi scritti e allora, facciamocela raccontare da lui quella Parma del 1935 che potrebbe essere benissimo quella del 2016: «Una volta, nella piccolissima città tagliata dal torrente, fiorivano le violette profumate. Allora erano i tempi in cui Berta filava e in cui i bambini – che poi diventavano bellissime ragazze – nascevano fitti come i papaveri nel grano e le margheritine nelle carraie. Ma venne un triste giorno – le violette si erano già stancate di sbocciare perché nessuno le coglieva più, e i bambini si facevano tanto pregare per venire al mondo – venne un triste giorno, e la città vide improvvisamente allignare, su tutti i suoi muri, stranissimi fiori. Rotondi, rossi, o neri screziati di rosso, o bianchi maculati di rosso e di nero, e con lo stelo corto e tozzo essi eran senza petali e senza profumo e avevano corolle grandi come la luna d’a-gosto, dentro le quali, di notte, si accendeva il lanternino di qualche lucciola senza fissa dimora. Nessuno li aveva mai visti e i professori di botanica lessero in fretta tutte le pagine del Nuovissimo Melzi: ma non trovarono nulla. Quanti, quanti fiori rossi, bianchi e neri. Troppi forse per una città così piccolina. I botanici presto riuscirono a classificarli e a battezzarli con nomi stranissimi, lunghi come la fame: “Senso vietato”…. “Sosta vietata”…. “Sosta permessa per soli quattro minuti”… “Senso unico”… “Vietato il passaggio dei veicoli superiori ai quindici anni”… “Vietato il transito delle biciclette”… “Biciclette sui marciapiedi”…». In fondo, potremmo dire che, anche allora, pur senza il traffico, lo smog, i gas di scarico Euro 3, le ztl e compagnia briscola, chi si trovasse a passare per Parma non avesse poi vita così facile. «Si stava meglio quando si stava peggio!» potrebbe dire comunque qualcuno. Ma non è così e ce lo facciamo dire ancora da Giovannino-Michelaccio: correva l’anno 1934. «Di giorno e di sera Piazza Garibaldi è press’a poco quella di vent’anni fa. […] Ma quando i caffè e le botteghe han già chiuse le saracinesche e solo resta a vegliare la sterminata distesa di poltrone e di tavolini, con la scolta di gente varia e inclassificabile, il bar aperto tutta la notte, Piazza Garibaldi assume un aspetto nuovo. Piazza  Garibaldi diventa la nuova Stazione di Parma. In essa infatti sostano, giunti da est e da ovest, i possenti autotreni rossi, gialli e verdi, reduci dalle lunghissime crociere sull’asfalto della via Emilia. […] Spettacolo d’ogni notte, ohimè, perché ogni medaglia ha il suo rovescio e non si vive solo di colore. Gli autotreni infatti prima di giungere alla “stazione” debbono percorrere, se vengono da ovest, Via d’Azeglio e Via Mazzini, se da est, Via Vittorio Emanuele (Strada Repubblica ndr): e prima di sostare silenziosi nella Piazza, rannicchiati sulle grandi ruote, come grossi bestioni che s’acco-vacciano sulle zampe e posano il lungo muso stanco per terra, camminano e ansano con tutto il fiato dei loro HP e fanno nascere nei muri delle case tremiti profondi e svegliano col loro strepito la gente che dorme. E la gente manda al diavolo gli alti autotreni rossi, gialli e blu: rabbiosamente e giustamente perché i grossi convogli dovrebbero transitare solo per i viali della periferia.» Qualche progresso, rispetto a quelli che qualcuno chiama «i bei tempi andati», di certo Parma lo ha fatto e di questo si rallegrerebbe anche il profetico Giovannino

E. B.