Lettera di fuoco

 

 

 

 

Ecco la missiva in cui il Maestro risponde sdegnosamente alle insinuazioni circa il suo trionfo elettorale nel 1861
Il documento è stato scoperto da Corrado Mingardi a Torino ed è stato acquistato dagli Amici di Verdi

VERDI, LETTERA DI FUOCO AL RIVALE POLITICO

Sconfisse alle urne l’avvocato Minghelli Vaini,
il quale in modo subdolo attribuì la vittoria a intrighi

Lettera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schifo!”. Pericoloso, compiere arditi esercizi retorici, affermare negando la complicità da parte di Giuseppe Verdi a maneggi e colpi bassi: il Genio, offeso, mette mano a un lessico infuocato. L’esclamazione sdegnata è il culmine dell’irata lettera scritta dal compositore, candidato nel collegio di Borgo San Donnino (Fidenza) al Parlamento torinese, ne11861, al competitore locale, l’avvocato Giovanni Minghelli Vaini di San Secondo. Lettera scovata dal professor Corrado Mingardi in quel di Torino e acquistata dagli Amici di Verdi, l’associazione culturale bussetana che ha sede nel Salone museo di casa Barezzi.

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E’ il 1861, Cavour prepara le elezioni per la Camera dei deputati. Lo statista ha già incontrato Verdi ne11859 allorché il compositore, diventato uno dei simboli del Risorgimento ed eletto tra i rappresentanti all’Assemblea delle Provincie parmensi, si reca a Torino per portare a Vittorio Emanuele II la delibera di annessione del Ducato al Regno dell’Alta Italia. Verdi ha una sconfinata ammirazione per Cavour («Il Prometeo della nostra nazionalità») che a sua volta stima immensamente l’uomo e il musicista. Si scambiano lettere di reciproca lode. Verdi segue con palpitante partecipazione le vicende della seconda Guerra d’Indipendenza promuove una sottoscrizione a favore dei feriti; acquista 172 fucili per armare la Guardia nazionale. Il suo nome è nel frattempo diventato il famoso «W V.E.RD.I.», il motto inneggiante a Vittorio Emanuele Re d’Italia. Il Genio bussetano stravede poi l’anno dopo per le imprese di Garibaldi («Uomo da inginocchiarsi davanti!»). Ed eccoci al 10 Gennaio 1861: Cavour scrive a Verdi, invitandolo a candidarsi, come in molti auspicano, per le elezioni alla Camera del primo Parlamento nazionale. Da tempo Verdi ha escluso questa eventualità. Il diventare politico, con frequentazione parlamentare a Torino, l’atterrisce. Esclude categoricamente di accettare la proposta. Decide, in segno di rispetto, di recarsi direttamente da Cavour per convincerlo della rinuncia: un cordiale colloquio al termine del quale Verdi si arrende alle perorazioni cavouriane, sostenute e rafforzate dell’entusiastico plenipotenziario inglese, sir Hudson. Il fascino e l’arte oratoria dello statista di leiri hanno fatto breccia nel cuore dell’ombroso bussetano che, tornato a Sant’Agata, si premura di informare l’avvocato Minghelli Vaini, politico di lungo corso del partito cavouriano, con il quale Verdi aveva escluso di candidarsi. L’avvocato di San Secondo e il compositore si incontrano a Borgo San Donnino: la novità provoca delusione e risentimento nel Minghelli Vaini che vede infrangersi la sicura elezione nel collegio elettorale parmense, ironizzando sul dietrofront verdiano (“Hudson l’aveva persuaso tra un bicchiere e l’altro”), suggerisce a Verdi di candidarsi in altro collegio, ribadendo la decisione di concorrere comunque. Ne ha in risposta una bacchettatata

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Non è tra un bicchiere e l’altro, ma in ora in cui tutt’al più si beve una tazza di caffè che l’affare, per me molesto della mia nomina al Parlamento è stato discusso…»); un rifiuto: «Sono costretto ad accettare, ma non mi presento, né mi offro a nessun collegio…»; e un augurio dal tono un po’ beffardo: «Se tu riesci a farmi avere la minorità dei voti, a farti nominare e a liberarmi da questo impegno, io non troverò parole sufficienti per ringraziarti…». Si va alle elezioni, al primo turno Verdi ottiene 298 voti, Minghelli 185. L’avvocato – pur sostenuto dal Comitato di Parma e da un articolo apparso sul «Patriota» – soccombe ma non demorde: ribadisce la volontà di partecipare anche al ballottaggio (nel quale raccoglierà 206 voti contro i 339 di Verdi, eletto al Parlamento) e, convinto d’essere stato vittima di oscure manovre, invia a Verdi una lettera che indispettisce il Genio: «…Non hai bisogno – scrive tra l’altro il Minghelli – che io ti dica come ti creda straniero anzi aborrente dagli intrighi operatisi a mio danno; se te ne parlo è per farti conoscere che la mia fede in te è inconcussa….». Risentito, offeso e furibondo, Verdi risponde con sdegno tracimante a quelle che considera sottese insinuazioni di scorrettezza con una lettera dai toni acidi e dai gelidi saluti- che pubblichiamo integralmente.

Busseto, 29 Gennaio 1861 Caro Minghelli, al periodo della tua lettera: “Non hai bisogno che io ti dica come io ti creda straniero anzi aborrente dagli intrighi operatisi in mio danno”: la parola intrigo non esiste nel mio Dizionario e sfido il mondo intero a provare il contrario. D’altronde se avessi intrigato, non sarebbe sortito l’articolo nella Gazzetta di Parma del giorno 22; se avessi intrigato il comitato di Parma non avrebbe fatto affiggere sui muri di tutti i paesi la tua candidatura; se avessi intrigato non sarebbe comparso altro articolo nel Patriota del 28. Né ora ho bisogno di intrigare, perché se avessi avuto smania di diventare Deputato nessuno m’impediva di accettare la candidatura fin da principio. Io ebbi il 21 la franchezza di dirti i motivi che mi forzavano ad accettare, se eletto. Ma è troppo poco che mi conosci, quindi non sai come la mia dignità vada fino all’orgoglio, e lo spezzo del per certe mene fino allo schifo? Io non ho fatto studi, nè posso, nè voglio fare una carriera politica. Ho detto e ripetuto per la centesima volta: accetterò, mio malgrado, se sarò nominato; ma non farò mai atto, né dirò mai parola per esserlo. Ciò valga a chiudere un carteggio che non avrebbe mai dovuto essere aperto tra noi. Saluta la tua Signora da parte anche di Peppina e credimi. G. Verdi

V. T..