Dramma profughi dalmati


 

 

 

Mondo Piccolo Nel 1952 il settimanale diretto dall’inventore dì Don Camillo
si occupò dell’esodo della popolazione, sradicata dalla propria terra

GUARESCHI e il dramma dei profughi dalmati

Lo sdegno di Giovannino negli scritti sul «Candido»

Il cuore grande di Giovannino Guareschi provava sempre compassione per l’umanità costretta a vivere, spesso in condizioni miserevoli, fuori dalla propria patria, dalla propria casa, comunque prigioniera in un mondo sconosciuto, com’era successo a lui stesso nei Lager nazisti. Chissà cosa scriverebbe oggi dei tanti, troppi profughi che affollano non solo il nostro Paese, ma i confini dell’Europa, i disumani campi delle nazioni africane, migliaia di esseri umani che affrontano il rischio imprevedibile di un mare inospitale, stipati su barconi destinati a trasformarsi troppo spesso in trappole mortali. Sessanta e oltre anni or sono, il dramma dei migranti era lontano, inimmaginabile: l’esodo inarrestabile di interi popoli neppure prevedibile. Ma un dramma molto simile Guareschi lo vide e ne scrisse: l’esodo dei giuliano-dalmati, costretti da Josip Broz, detto Tito ad abbandonare la casa, la patria, tutto ciò che avevano faticosamente costruito in una vita. L’alternativa alla fuga erano le foibe… I malcapitati furono costretti a lasciare le proprie case e diventare una merce particolare: italiani praticamente prigionieri nella propria Patria, in 109 campi profughi. Uno di questi era a Monza e il «Candido» di Guareschi riuscì a visitarlo nel 1952. Scriveva Giovannino: «Il problema del profughi dalmati non è soltanto rappresentato dal miserabile accantonamento di Monza. Il problema è generale e va risolto. Perché se lo Stato non trova difficoltà a buttare a decine di miliardi i nostri sudati quattrini nelle fabbriche passive, non si vede perché debba trovare difficoltà a impiegare i nostri quattrini in una delle pochissime fabbriche attive  esistenti in Italia. Il complesso dei profughi dalle terre usurpate da Tito è, infatti, una attivissima fabbrica di italianità: è un prodotto che non è molto richiesto sul mercato politico, ma è un genere di prima necessità per chi intende veramente riportare l’Italia alla dignità di nazione libera e dipendente. È inammissibile che, a distanza di tanti anni, ci siano ancora  dei profughi in condizioni di quelli di Monza e degli altri campi».
Ma la condizione di questi profughi italiani in Italia qual’era? Lo leggiamo sul sito dell’Istituto Piemontese per la storia della resistenza: «[…] sono almeno 109 i campi profughi attivi sull’intero territorio nazionale. Al loro interno i profughi giuliano-dalmati si trovano a convivere con altre categorie di persone […] Per poter ospitare un così vasto numero di persone, le autorità italiane riutilizzano strutture in disuso già esistenti come ospedali, caserme, scuole, conventi, colonie, stabilimenti industriali dimessi, ma anche ex campi di concentramento e prigionia già usati dai nazifascisti per l’internamento dei civili e dei prigionieri di guerra (è il caso, ad esempio, della Risiera di San Sabba a Trieste, del campo di Fossoli a pochi chilometri da Modena, di quello di Laterina in provincia di Arezzo e di Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza). [..] Il denominatore comune caratterizzante tutti i centri di raccolta, la cui gestione è affidata al Ministero dell’Interno […] sembra essere la precarietà che caratterizza le condizioni di vita all’interno di tali strutture, do  ve interi nuclei familiari vivono in box di pochi metri quadrati separati gli uni dagli altri da coperte, lenzuola o, nei casi più fortunati, da semplici barriere di compensato. Una promiscuità che porta […] una serie di gravi disagi legati non solo agli ambienti malsani e alle precarie condizioni igieniche, ma anche alla la mancanza pressoché totale di spazi intimi e personali con la conseguente divisione obbligata degli spazi abitativi». Osservava Guareschi: «Sulla visita del nostro inviato al campo profughi di Monza, si potrebbe scrivere una interessante storia perché la faccenda risultò davvero complessa ed emozionante. Dobbiamo soltanto rilevare che se ci fu chi ascoltò la nostra protesta e ci mise in grado di effettuare la visita, si trattò non di favore concesso al nostro giornale, ma di un servizio reso alla democrazia. Che è molto più importante di Candido, epperciò chi ha eliminato un sopruso ha diritto alla riconoscenza di tutti i cittadini sinceramente democratici: e noi siamo fra costoro». Era il 1952, ma Giovannino avrebbe scritto le stesse cose anche nel 2016.

E. B.

 profughi-istriani

pioXII

.




 

 

 

 

partenza1

 

 

 

 

 

 

 

image003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

image002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

casaBambinaTh

 

 

 

 

 

 

 

 

cappellaCBGD