Carlotta…


 

 

 

Giovannino

GIOVANNINO E CARLOTTA: «Io ti salverò!»…

Carlotta1

1958, UNA PAUSA DI SERENITÀ PER GIOVANNINO E CARLOTTA AL PARCO PROVINCIALE PIACENTINO – (foto A.G.)

Mi piace andare a spasso con la Pasionaria perché, aggiungendo all’esperienza dei suoi sei anni la fresca ingenuità dei miei quaranta, si arriva quasi sempre a combinare delle conversazioni interessanti.
L’altra mattina pioveva, e pioveva come piove a Milano d’autunno e io e la Pasionaria, quando le gocce rimasero sospese in aria, andammo a spasso. Girammo fin verso il mezzodì, poi, passando davanti a una pasticceria, la Pasionaria mi tirò la manica.
«Bisognerà pensare a quella là» disse. «Comprale qualcosina altrimenti poi fa il muso lungo.»
Riconobbi che la Pasionaria aveva non una ma mille ragioni.
«Eh già» sospirò «quando si hanno delle mamme bisogna pensarci.»
Quando uscimmo col pacchettino dei dolci per Margherita accadde davanti ai nostri occhi uno dei più banali fatterelli di cronaca: sul marciapiede di fronte, dall’altra parte della strada, passò un ometto che scivolò e, cadendo all’indietro, picchiò la nuca sullo spigolo del marciapiede e rimase lì, in mezzo al fango, secco come un chiodo, con gli occhi sbarrati.
Aveva tra le mani un fagottino con del pane e il pane si sparse per terra.
Passava un tassì: lo caricarono sulla macchina e lo spedirono all’ospedale e per terra rimasero una macchiolina di sangue e il pane.
Riprendemmo la nostra strada.
«Era andato a comprare il pane e adesso loro lo aspettano a casa» disse la Pasionaria. «Lo aspettano e lui non viene. E il pane è dentro la pozzanghera.»
Io non sapevo cosa rispondere e cercai di cambiare discorso.
«Chi è?» domandò la Pasionaria. «Non si sa» risposi. «È uno che passava per la strada. Nessuno lo conosce: Milano è grande e basta che uno cambi bottega e subito nessuno lo conosce più.»
Camminammo in fretta, ma la Pasionaria era rimasta col pensiero là all’angolo.
«E intanto loro aspettano che torni col pane e lui non viene.»
«Verrà più tardi!» risposi.
«Adesso gli danno un po’ di medicina, lui riprende le forze e poi monta in tram e torna a casa.»
La Pasionaria non disse niente ma si capiva che non ci credeva.
Rincasammo e Margherita stava apparecchiando la tavola.
«Giovannino» disse «ho dimenticato di prendere il pane: fa’ una corsa giù.»
Io mi avviai verso la porta, ma la Pasionaria mi sbarrò il passo.
«Vado me!» disse con voce ferma. «Io non casco e poi, anche se casco, me mi conoscono tutti.»
Si incamminò decisa ma, nonostante si trascinasse dietro una sporta più grossa di lei, era così fiera che pareva Anita Garibaldi a cavallo.
E io mi sentii protetto.

«Candido» n. 48, 27-11-1949

 

… CARLOTTA E MARGHERITA: «Mia madre»

 Carlotta2

Non era facile vivere accanto a nostro padre.
Era come vivere accanto a un vulcano: il suo lavoro fluiva come una colata di lava splendente alla quale era prudente non stare troppo vicino per paura di bruciarsi. Non bisognava interrompere il flusso dei suoi pensieri, e per questo Margherita vegliava sul lavoro di nostro padre, difendendolo da chi poteva interrompere o turbare la sua concentrazione.
A questo coprifuoco, noi bambini, abbiamo spesso disubbidito, ma bastava un urlaccio dallo studio perché tornasse una relativa calma. Nessun altro però ha mai avuto la possibilità di disturbare il suo lavoro, né un Vescovo venuto senza annunciare la sua visita né un personaggio politico molto influente. Nostro padre sapeva di poter contare sull’aiuto di sua moglie. Era nata in città, a Parma – a differenza di nostro padre che proveniva dalla campagna – da una famiglia povera. Non era istruita – almeno avesse avuto un diploma, nostra nonna sarebbe stata più tranquilla… – ma molto intelligente e intuitiva: capiva subito se una persona era positiva o se era da evitare, e in questo caso non lo nascondeva, perché era di una sincerità e schiettezza disarmanti. Abituata al suo “vulcano” non si scomponeva se, dopo ore di lavoro e di concentrazione, esplodeva per qualche pretesto: sapeva che doveva scaricare i nervi. E neppure lo temeva: gli teneva testa e, quando proprio era arrabbiata – di solito per motivi di poco conto – nostro padre cedeva le armi e si arrendeva.
Questi scambi di vedute erano sempre a “tutto volume” con notevole dispendio di decibel.
Finiti gli urli tornava la calma. Non ha mai condizionato nostro padre perché fosse prudente, perché non si esponesse, perché pensasse a guadagnare di più: le piaceva così com’era, così lo aveva voluto e così lo teneva. Con lui è partita per Milano con poche cose in una piccola valigia, senza temere la miseria, e i primi tempi furono piuttosto duri, mai tristi però. Quando le cose stavano andando meglio, con un discreto stipendio, un bambino piccolo e uno in viaggio, ecco che la guerra cancellò ogni benessere e ogni tranquillità: si ritrovò con il marito in un Lager dal quale non poteva esser sicura che tornasse, a vivere con i genitori di nostro padre: la nonna con problemi di salute fisica e il nonno con qualche problema mentale (era estroso e fuori dalla realtà, anche se non era per nulla cattivo).
Nei due anni che nostro padre trascorse lontano dalla famiglia Margherita riuscì a mandare avanti la baracca e a conservare la somma di denaro occorrente per fare il trasloco e tornare a Milano. Per conservarla faticò non poco, eppure quel gruzzolo le dava forza e speranza. Nostro padre fortunatamente tornò e la famiglia si riunì a Milano. Cominciò un periodo di lavoro duro per tutti e due. Nostro padre lavorava in casa e riuniva la redazione nel suo studio. Le riunioni avevano orari impossibili, ma nostra madre aveva sempre pronta la cena per tutti, anche se la cena andava ad orari impossibili.
Appena ne ebbe la possibilità, nostro padre comprò una piccola casa con un giardino, e subito pensò di far venire i suoi genitori a vivere con noi. Nostra madre non ebbe mai nulla da obiettare, perché sapeva bene quanto nostro padre desiderasse far vivere una vecchiaia tranquilla ai suoi, dopo tante ristrettezze. I nonni purtroppo non godettero a lungo di questo benessere. La nonna se ne andò per un attacco di cuore e il nonno la seguì a un mese di distanza, distrutto da un tumore alla gola che lo costringeva a una dieta liquida. Fu nostra madre, sempre (voleva solo lei) a curarlo. Con il crescere del successo e il benessere nostro padre riuscì a realizzare il suo vecchio sogno: tornare nella sua terra, in campagna. Costruita quella casa che per anni aveva sognato trasferì la famiglia. Nostra madre poté finalmente avere un aiuto nelle faccende domestiche, noi potevamo correre nelle campagne e nostro padre vivere tra la sua gente. Questo periodo felice durò pochi anni: per un reato di opinione nostro padre dovette scontare un anno di carcere più sei mesi di libertà vigilata, come fosse un assassino o un delinquente incallito. Anche in questa occasione nostra madre si comportò con grande serenità e fermezza: non concesse interviste, non scrisse memoriali, ci difese dai curiosi e non ci fece mai capire quello che stava soffrendo.
Questa vicenda fece molto male a tutti e due: nostro padre ebbe una battuta d’arresto nel lavoro e passò momenti difficili, perché il lavoro era la sua vita. Nostra madre non si permise mai di criticare le sue scelte, ma soffrì moltissimo vedendolo esaurito e avvilito, gli restò sempre accanto, nel bene e nel male. Non ebbe mai, nostra madre, una vita “sua” : la personalità di nostro padre era troppo grande, aveva invaso anche la vita di Margherita e, quando nostro padre se ne andò, si ritrovò con un gran vuoto intorno e nessuna voglia di riempirlo, nonostante le avessimo dato tanti nipoti. Fece sempre una vita modestissima, non le interessava il denaro e, per una forma di orgoglio e di dignità, visse con la pensione più che modesta di nostro padre. Se ne andò sedici anni dopo la morte del marito, addormentandosi dopo aver detto: «Adesso mi viene a prendere », e ci siamo accorti che le sue cose le avrebbe potute contenere la stessa piccola valigia che la accompagnò a Milano.

Carlotta Guareschi
Maggio 2000, inedito

untitledMUSA DI GIOVANNINO