I veri Peppone e don Camillo


 

 

Mondo piccolo
La serie nacque 70 anni fa: ritratto dei tre galantuomini ai quali Giovannino si ispirò per creare i due indimenticabili personaggi

ECCO I VERI PEPPONE E DON CAMILLO

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Il socialista Giovanni Faraboli, don Torricelli e don Cavalli

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Compiono settant’anni tutti e due in questo 2016. Di chi stiamo parlando? Ma naturalmente di Peppone e don Camillo, gli immortali personaggi di quel “Mondo piccolo” che Giovannino Guareschi continua a raccontare a quasi cinquant’anni dalla sua morte. Sul fatto che il paese di “Mondo piccolo” pur se lo stesso Guareschi dicesse non essere in alcun posto fisso, sia indiscutibilmente, nel cuore di Giovannino, la sua Roccabianca (con qualche “Contaminazione” bussetana, soragnese, sansecondina e via discorrendo), leggendo i 346 racconti guareschiani rimangono pochi dubbi. Chi erano, però, in realtà, il pretone e il grosso sindaco comunista:  ammesso che siano veramente esistiti? Anche su questo l’autore non si pronuncia, ma disponiamo, comunque, di sufficienti indizi per svelarvi chi fossero gli «ispiratori» dei più famosi personaggi della letteratura e del cinema italiani del ‘900.

Partiamo da Peppone, anche perché, come abbiamo già scritto, prende vita qualche mese prima di don Camillo. Ebbene: all’età di  anni zero, mesi zero, ore una e qualche decina di minuti, Guareschi incontra colui che è il prototipo di tutti i Pepponi del mondo: Giovanni Faraboli, l’uomo che presenta il neonato Giovannino alla folla dei compagni riuniti per la «Festa rossa» il primo maggio del 1908. Faraboli era socialista e creò le prime cooperative fra lavoratori, talmente all’avanguardia da attirare osservatori anche dall’estero. Soprattutto, però, era identico al Peppone che tutti noi immaginiamo dopo aver visto i film con Gino Cervi: corporatura imponente, cappellaccio sulle ventitré ed un paio di baffoni ad ala di rondone da far invidia allo stesso Guareschi. Insomma il ritratto, fisico e morale, del Peppone di Mondo piccolo: ostinato, di sinistra, dai modi spicci, ma profondamente onesto, sincero e dotato di quella coscienza la cui voce parla attraverso il Cristo Crocefisso dell’altar maggiore. Il fatto che Faraboli avesse mostrato alla folla dei rossi il neonato Giovannino, presentandolo come «futuro campione del socialismo» rimase talmente impresso nella memoria di Guareschi, da inserirlo tal quale nel primo film della serie «Don Camillo», con Gino Cervi-Peppone che presenta, dal balcone, ai fedelissimi l’ultimo nato in casa Bottazzi. Questo era ed è – andatevi a vedere il monumento in piazza a Fontanelle – il prototipo indiscutibile di Peppone.

A questo punto, chi era don Camillo? Come per Peppone esiste, nella gioventù di Giovannino, una figura di sacerdote che ricorda, anche nel fisico, don Camillo: don Lamberto Torricelli, colossale parroco di Marore, dove i genitori di Guareschi si trasferirono attorno ai primi anni ’20. Don Torricelli impartiva allo studente Giovannino lezioni  di latino e, dato il carattere piuttosto suscettibile del parroco, non è difficile immaginare che abbia fatto «assaggiare» all’allievo qualche scappellotto con le sue manacce, grandi appunto come badili. Don Torricelli, però, era innanzitutto un prete straordinario: pubblicava dalla sua parrocchia il foglio volante festivo «La voce del Pastore» (cosa che fa, con un altro titolo, anche don Camillo), aveva allestito una «cucina dei poveri» (don Camillo va addirittura a caccia di frodo per dare un «pollo» a tutti i poveri a Natale) e per i giovani aveva fondato uno dei primi «Circoli culturali della gioventù» (chi non ricorda la città giardino di don Camillo per i ragazzi?). Ma non solo: don Torricelli fece 108 giorni di carcere, in piena guerra mondiale, per aver distribuito, proprio attraverso il suo foglio volante festivo, la «Preghiera per» di Papa Benedetto XV anche ai soldati. Insomma, più don Camillo di così… Ma esiste un altro «don Camillo», alla Bassa ed è don Felice Cavalli, parroco di Fontanelle dalla fine degli anni ’40, quando Giovannino arrivava da Milano a trovare gli amici di una vita, nel paesello natale. quali fossero la statura e la mole di don Felice, anch’egli, al pari di don Camillo, dotato di un punto d’ebollizione piuttosto basso e, perciò, protagonista di diversi aneddoti che qui, al suo paese molti ricordano ancora, come quella volta che i ragazzi calciarono il pallone nell’orto del vicino di casa del parroco  fervente comunista, ed egli, armato di roncola, minacciava di bucarglelo. Don  Felice si fece accanto alla rete e disse ad alta voce: «Buca il pallone e te la vedrai con me!». Al che la palla tornò immediatamente nel campo sportivo parrocchiale, intatta. Rimane il fatto che disse se ci fossero e chi fossero gli ispiratori dei suoi personaggi, salvo una volta nel carcere di San Francese scrisse di aver incontrato proprio Camillo: «A proposito di don Camillo bisogna che ne parli, anche perché non si chiama don Camillo bensì padre Paolino (padre Paolino Beltrame Quattrocchi ndr). Ha celebrato lui , questa mattina, e, quando udii la sua voce io sussultai perché era la voce del mio don Camillo. E quando iniziò il sermone io ancora sussultai perché, se il mio don Camillo fosse non un povero prete di campagna, ma uno smagliante oratore come padre Paolino, così parlerebbe ai suoi fedeli»

E. Bandini